DUBAI (Emirati Arabi Uniti) - Gli ultimi focolai di resistenza si stanno spegnendo. Kuwait City, la capitale, è ormai saldamente nelle mani dei centomila soldati e dei duecento carri armati irakeni che l’hanno invasa. Ha piegato la testa dopo durissimi bombardamenti. I razzi delle truppe di Saddam Hussein hanno squarciato palazzi vicini al porto ed edifici a poche decine di metri dall’ambasciata inglese. I collegamenti telefonici con il resto del mondo sono in pratica interrotti. Gli irakeni hanno imposto il coprifuoco totale. Al largo, nelle acque del Golfo, si rafforza la squadra navale americana. Alle otto unità che incrociavano a diverse miglia dalla costa se ne sono aggiunte dodici, guidate dalla portaerei Indipendence. Ad aumentare la tensione ha contribuito la notizia che almeno quattordici lavoratori americani, tutti dipendenti di una compagnia petrolifera, sono dispersi. Gli irakeni li hanno prelevati e caricati su auto e pullman giovedì. Di loro non si sa più nulla. La Francia ha fatto convergere nel Golfo la fregata Commandant Ducuing. L’unità sta per raggiungere un’altra nave da guerra dello stesso tipo, la Protet, che era già in zona. Entrambe sono della flotta dell’Oceano Indiano. La resistenza dei ventimila soldati del Kuwait, un esercito pateticamente equipaggiato e praticamente disarmato davanti alla superiorità numerica e tecnolgica degli invasori, è stata tenace, strenua e inutile. A quasi ventiquattro ore dall’invasione gli irakeni non avevano ancora spazzato via le ultime sacche di resistenza. Fra le sei e le sette della mattina il silenzio irreale del coprifuoco è stato interrotto da scoppi di granate e da crepitii di armi automatiche nel sobborgo di Shuwaikh. Un pugno di soldati kuwaitani continuava a sparare da un gruppo di baracche dell’esercito. Nelle stesse ore la radio «Qui Kuwait» lanciava ossessivi appelli alla resistenza «contro gli irakeni, i tartari del ventesimo secolo». Dalla stessa emittente, nascosta forse nel deserto che circonda la capitale, il primo ministro e principe della corona Saad Al Adbullah al Sabah, ha esortato i compatrioti alla lotta armata e ha promesso che vendicherà il fratello ucciso «con il sangue». Secondo l’ambasciatore kuwaitiano a Damasco Abdul Aziz alcuni membri della famiglia reale sono rimasti nel paese, vicino al confine con l’Arabia Saudita, per sostenere la guerriglia armata contro gli invasori. Il comando delle operazioni sarebbe stato affidato al ministro della difesa Nawaf Al Sabah. L’emiro Jaber Al Ahmed A1 Sabah invece è a Gedda. Re Fahd, il monarca saudita, lo ha preso sotto la sua ala protettrice. I suoi beni, quelli della sua famiglia e dei suoi ministri sono stati sequestrati dal governo «rivoluzionario» provvisorio installato da Saddam Hussein. La potenza delle armi irakene ha segnato inesorabilmente le sorti del conflitto. «Qui Kuwait» è ammutolita alle 11 e 11 minuti di ieri. I tank di Bagdad hanno travolto le ultime fragili linee di difesa, sono arrivati fino al porto e hanno girato torrette e cannoni verso il mare, quasi si aspettassero di dover fronteggiare uno sbarco. Secondo alcune stazioni radio locali gli uomini di Saddam Hussein, protetti dai caccia, dai carri armati e dagli elicotteri, si sono impadroniti dei pozzi petroliferi più importanti, tutti concentrati a Mina al Ahmadi, a sud della capitale. Altre voci non confermate e non verificabili aggiungono che avrebbero addirittura sparato un razzo in una zona neutra di rispetto, una fascia di deserto che non appartiene ad alcun paese. Fonti militari americane sostengono che l’epicentro degli scontri si è spostato verso il confine con l’Arabia Saudita. Sono ore di lutto per i cittadini del piccolo e ricchissimo emirato sparsi in tutto il mondo. Al Cairo migliaia di kuwaitiani in lacrime si sono radunati davanti a un grande albergo. Si è formata spontaneamente una bianca marea di persone che indossavano la veste tradizionale, la dishdashas. Molti piangevano, altri gridavano «Lunga vita al Kuwait e alla famiglia Sabah». Nelle stesse ore è cominciata nella capitale egiziana una riunione straordinaria dei ministri degli esteri dei paesi arabi. I capi delle diplomazie cercano un’unità che in passato non hanno mai trovato, neppure sul problema palestinese. Re Hussein di Giordania, un «moderato» che negli ultimi mesi si era avvicinato al «falco» Saddam Hussein, si è precipitato dal filoccidentale presidente dell’Egitto Mubarak ed è ripartito subito per Bagdad. Re Fahd d’Arabia ha parlato con il presidente degli Emirati arabi uniti, conservatori e legati all’Occidente, e con un emissario di Saddam Hussein ed è riuscito a convocare, per domani, a Gedda, un incontro al quale parteciperanno Egitto, Giordania, Iraq e naturalmente l’emiro del Kuwait. I nemici di sempre dell’Irak, gli iraniani, sono per una volta in sintonia con il resto del mondo e invitano gli irakeni a ritirarsi. «Altrimenti si dà alle grandi potenze un pretesto per mettere un piede nella regione e per minarne la stabilità e la sicurezza» ha ammonito l’ayatollah Mohammad Kashani, membro del consiglio delle guardie rivoluzionarie, durante la preghiera del venerdì. ANCHE L’ITALIA CONGELA I BENI DEL KUWAIT Alle parole di condanna contro Bagdad sono seguite le prime misure concrete. E il governo di Roma, che ieri ha disposto il «blocco cautelativo» dei beni kuwaitiani in Italia, ha fatto subito la sua parte, anche se la macchina della concertazione internazionale, pur in un contesto di insolite «decisionismo», appare come sempre difficile da mettere in moto. Nelle ultime 48 ore, Gran Bretagna, Francia, Germania e i tre Paesi del Benelux, sia pure con modalità diverse, hanno assunto decisioni simili a quella italiana che creano i presupposti per un’azione coordinata della Cee che affianchi le «sanzioni» degli Stati Uniti e del Giappone, ma anche quella dell’Unione Sovietica. Ed è proprio a questa azione coordinata che guardano altri partner della Comunità, come la Spagna e l’Irlanda e, soprattutto, come la «vulnerabile» Danimarca che dipende per oltre la metà del suo fabbisogno petmlifero dal Kuwait. L’Italia, presidente di turno dei lavora con un «ampio mandato» per una forte iniziativa comunitaria. «Saremo in grado di far sentire il peso dell’Europa», ha garantito il ministro degli Esteri Gianni De Michelis. E da Bruxelles è giunta la conferma che gli esperti della Commissione avevano già predisposto un primo pacchetto di ipotesi: «congelamento punitivo» dei beni iracheni nella Cee (che, ricordiamolo, avrebbe inevitabili conseguenze per la Banca Nazionale del Lavoro esposta per oltre 3 mila miliardi con Bagdag), esclusione dell’Iraq dal sistema di agevolazione all’export verso i Paesi in via di sviluppo (Spg), embargo sulle esportazioni verso Bagdad e sulle importazioni di petrolio dall’Iraq e dal Kuwait occupato. Su questa base, oggi, a Roma, i direttori degli Affari politici dei Dodici sceglieranno (salvo imprevisti) gli strumenti per «esercitare la massima pressione possibile» sul regime di Saddam Hussein e «indurlo a tomare sui suoi passi», immediatamente e «senza condizioni».
Le armate di Bagdad a ridosso dell’Arabia Saudita
Alcuni membri della famiglia reale in patria per condurre la resistenza della popolazione
