L’ultimo arrivato - in realtà non ancora, siamo ai lavori in corso - è il «frente amplio» spagnolo. Che si unisce al Nouveau Front Populaire delle legislative in Francia un paio d’anni fa e ancora al difficoltoso, affannoso, sempre pericolante Campo Largo italiano.
Insomma, a ognuno il suo minestrone di sinistra. Spesso con ingredienti mal combinati e per questo poco digeribili. Dunque, il frente amplio. Pedro Sanchez ieri è appena comparso davanti alle telecamere, sguardo contrito, eloquio cadenzato, per provare la mossa della disperazione, portare tutti al voto il 29 novembre prima che sia troppo tardi per i suoi indici di consenso, sfruttando a suo favore il ribollire dei movimenti sulla casa dopo il caos che egli stesso ha creato con dei decreti invotabili per alcuni della sua maggioranza.
E i primi a esser presi in contropiede sono i suoi alleati. Che stanno più a sinistra di lui.
Da settimane parlano di unirsi in un’unica realtà, per evitare dispersione del consenso radicale. C’è già il nome, frente amplio, mutuato dall’esperienza dell’Uruguay nel 1971 e da quella più recente del Cile una decina d’anni fa. Insomma, a sinistra c’è sempre chi ha un altro modello a cui guardare. I tempi però sono stretti, perché le coalizioni vanno ufficialmente depositate agli uffici elettorali entro il 16 ottobre e l’obiettivo è ufficializzare questo cartello elettorale il 17. Di certo c’è solo la volontà. Il problema, però, è che ancora non è completo il ventaglio dei soci e ancora non si sa chi sarà il leader. Insomma, di fronte al fatto che il Campo Largo in Italia non ha sciolto questi nodi dopo oltre quattro anni, in Spagna possono consolarsi, anche se la clessidra corre. Al momento, della partita fanno parte Sumar, che è l’architrave del progetto, Izquierda Unida, Más Madrid, Comuns. Il blocco sta dialogando anche con altre forze identitarie di sinistra di carattere locale come Compromís, Chunta Aragonesista e Més. Però c’è un grande assente, almeno per ora, cioè Podemos, con cui l’accordo ancora non c’è. Così come manca il leader.
La numero uno di Podemos, Irene Montero, ha proposto primarie aperte per il 14 e 15 ottobre. E un’antagonista potrebbe essere Mónica García, ministro della sanità ed esponente di Más Madrid. Insomma, per gli elettori non è un quadro molto rassicurante e se queste sono le premesse, potremmo essere all’inizio di giorni ad alto tasso di litigiosità.
Nel frattempo, gli ammiratori politici nostrani di Sanchez vedono in questo scatto in avanti un gesto di alto valore politico. L’eurodeputato di AVS Ignazio Marino parla di «scelta di dignità democratica, che dimostra la stoffa del vero statista». Dal Pd, la sua collega Irene Tinagli sottolinea che il Primo Ministro spagnolo «ha fronteggiato un’opposizione feroce che ha fatto sempre di tutto per colpirlo e frenarlo nella sua azione politica in favore dei cittadini spagnoli».
Sarà. Ma trasformare l’epilogo di questo governo Sanchez in poema cavalleresco risente di una grande rimozione. Cioè quanto accaduto nei mesi scorsi e che ha consegnato la Spagna a un tunnel di instabilità politica. Dalla sanatoria per mezzo milione di irregolari fino al disastro di Ceuta tra luglio e agosto, che ha fatto piombare l’exclave in territorio marocchino in un incubo di violenze e degrado. Per non parlare, poi, dei casi di presunta corruzione che hanno funestato il Partito Socialista. Ma a sinistra, si sa, scelgono sempre la metà del cielo che fa più comodo.
