Politica

I riflettori si spengono Enzo Tortora esce di scena

Muore il giornalista pieno di coraggio vittima di un destino tanto avverso

Si è chiusa una vita che avrebbe potuto essere distesa e persino felice, e invece divenne drammatica e dolorosa per l’accanirsi di un destino avverso e anche per la maligna influenza di uomini inspiegabilmente ostili. Showman per destino e professione, Enzo Tortora era amante della cultura, garbatissimo di modi, innamorato del giornalismo nel quale pure non ebbe mai una posizione definitiva e pari al suo impegno. Lo conobbi nella sede del Carlino, costruita da poco, e subito lo assunsi per articoli e servizi da Milano. Era l’anno 1970. Da poco, per un contrasto assai vivace aveva lasciato il suo posto alla rai. Lo raggiunsi un giorno a Milano, dove seguiva per i nostri giornali il processo contro gli anarchici per dimostrargli piena solidarietà. Le sue cronache vivacissime erano dispiaciute agli amici dei imputati che lo avevano minacciato nei corridoi stessi del Palazzo di giustizia. Che la nostra professione non potesse liberamente esercitarsi neppure nelle sedi dei tribunali dimostrava quale fosse il clima degli anni Settanta e con quanto coraggio tortora sfidasse la protervia degli estremisti e, ancora più, la pavida debolezza delle gerarchie giudiziarie e amministrative. Poi venne il grande momento del suo successo televisivo, e con esso la popolarità senza limite delle trsmissioni popolari da lui inventate. Fu allora, quando era sulla vetta, che si abbattè su di lui la folgore di una sventura della quale non riuscì mai ad approfondire i motivi coperti. Magistrati napoletani fecero proprie senza esitare le accuse di criminali imputati e persino già condannati per delitti infamanti, mossi non so da quali odi o risentimenti verso Enzo Tortora. Uno di questi accusatori aveva barabaramente assassinato in carcere un altro notissimo delinquente. Vedemmo il nostro amico nelle fotografie e mi pare anche sullo schermo, in manette il volto sconvolto, ritratto da operatori che erano stati convocati in tempo dagli inquirenti. Per ragioni oscure, l’arresto era avvenuto all’alba, di sorpresa. Non credetti mai all’accusa più pesante che gli era rivolta, cioè di essere mercante e corriere di stupefacenti. Dopo un lungo periodo angoscioso, non solo fu rilasciato dalla prigione, ma venne anche liberato da ogni imputazione con la formula più ampia dai giudici d’appello. La sua amica di un tempo, Anna angelini, morta ancora più giovane di enzo, mi disse sempre che poteva escludere ogni suo legame col mondo della droga, anche come semplice consumatore. Ma anche quando i sospetti erano svaniti del tutto e si poteva aprire un periodo di sereno in una vita tanto tormentata, Tortora rimase ai margini non ritrovando la posizione che aveva perso. La malattia inguaribile, che piegava una fibra già fortemente minata dalle avversità, gli ha inflitto il colpo finale. Non ci resta che mantenere integro il ricordo della nostra amicizia.     DAL RISVEGLIO IN MANETTE ALLA POLITICA MILITANTE Nel marzo del 1983, al culmine del successo per la sua fortunata trasmissione televisiva «Portobello», una diffusa rivista americana collocava Enzo Tortora fra i trecento italiani più popolari nel mondo. Ed era vero. In quello stesso mese, un meno autorevole dispensatore di riconoscimenti, il camorrista Giovanni Pandico, pentito accreditato come ex del segretario del superboss Raffaele cutulo, lo aveva incluso in una lista certamente più compromettente, mille affiliati alla stessa camorra, consegnata esattamente il 23 marzo nelle mani dei sostituti procuratori di Napoli, Di Persia e Di Pietro. Nell’elenco contrassegnato con la scritta «Da Napoli in su», Tortora Enzo, via dei Piatti 8, iscritto ad honorem in Milano, compariva al numero 60. Secondo Pandico e un altro pentito, Pasquale Barra (diversi altri se ne sarebbero aggiunti in seguito), l’affiliazione era avvenuta nel 1979, in casa delal signora NadiaMarzano, presente Cutolo ed altri amici. A Tortora venne affidato in quell’occasione l’incarico di corriere delal droga per conto dell’organizzazione. Dal giorno della consegna materiale degli elenchi nelle mani dei magistrati al più grande e spettacolare blitz contro la delinquenza organizzata mai effettuato in Italia, passeranno circa due mesi e mezzo. Nella notte del 17 giugno successivo polizia e carabinieri eseguono in tutta Italia ben 856 ordini di cattura. Enzo Tortora, svegliato nella notte in una stanza del centrale hotel Plaza di Roma, è fra gli arrestati. Il più noto, certamente. La foto del presentatore in manette, trascinato fuori dall’albergo, con quell’espressione fra l’incredulo e l’indignato, farà il giro del mondo.Ma sarà anche la copertinadi un «caso Tortora» che incomincia ad essere scritto proprio in quel giorno. I destini di Tortora brillante uomo di spetacolo, politico militante da anni nel partito liberale e protagonista di un singolare caso giudiziario, incominceranno ad intrecciarsi quasi per inerzia, sotto la spinta, da molti imprevista e forse addirittura sottovalutata, di un movimento di opinione pubblica che seppure diviso in colpevolisti ed innocentisti contribuirà per mesi, per tre anni, a mantenere desta l’attenzione intorno alla vicenda.Molto faranno anche i radicali, nuovo partito sotto le cui bandiere il presentatore sceglie di combattere la sua battaglia, per imporre ancora di più la tematica della «giustizia giusta», della responsabilità dei magistrati, dei problemi legati alla condizione carceraria. Tortora si pone certamente sulla prima linea di fuoco di queste barricate. Eletto deputato europeo il 17 giugno del 1984, esce dal carcere tre giorni dopo, ma non si dà, come qualcuno dei suoi accusatori aveva previsto, alla latitanza civile. Sollecita, invece, ed ottiene il 10 dicembre l’autorizzazione a procedere contro di lui dal Parlamento Europeo e il 4 febbraio successivo si presenta regolarmente al processo di primo grado, uno strano processo, denso di contraddizioni, di momenti oscuri, di prove solo «parlate», mai effettivamente provate, come giustizia vorrebbe. Tortora, definito «cinico mercante di morte», sarà condannato a dieci anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di stupefacenti. Esplode ancora più vivace la polemica. La raccolta di firme per il referendum sulla giustizia avrà in quei giorni fortissime impennate e l’incombenza di questa nuova, importante scadenza, si farà sentire marcatamente al processo d’appello, fissato per il 20 maggio del 1985, al quale Tortora, che si è dimesso da deputato europeo assumendo la carica di presidente del Partito Radicale, partecipa come detenuto agli arresti domiciliari. La assoluzione con formula piena «per non aver commesso il fatto» emessa il 15 settembre e la ratifica della sentenza da parte della Cassazione del 13 giugno del 1987, sono gli ultimi, noti passaggi dell’odissea giudiziaria del presentatore, già minato dal male che lo avrebbe portato alla tomba. Il deciso sì al referendum che introduce in Italia la responsabilità civile del magistrato, porta certamente il volto e il nome di Enzo Tortora, che proprio nell’imminenza della morte decide di chiedere 100 miliardi di danni allo Stato e ai sei magistrati napoletani che lo inquisirono. La prima udienza di questa causa è già stata fissata per il prossimo 22 giugno. (...) Un castello di fantasie, insomma. Che molti giornali fecero proprio, dimenticando poi, una volta assolto Tortora (...)

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