In principio era «una riforma al mese». Poi «i primi risultati arriveranno entro i 100 giorni». Quindi i giorni, un po’ "baglionescamente", sono diventati 1000. Forse Matteo Renzi pensava che l’entusiasmo del noviziato e un po’ di sano decisionismo potessero scardinare la macchina burocratica italiana. Invece il giovane premier si deve scontrare con meccanismi ben più forti, saldi e maledettamente lenti. «The bad side of democracy», come dicono gli inglesi. Fatto sta che in 5 mesi l’unico provvedimento di una certa rilevanza, divenuto esecutivo, è quello del decreto legge sugli 80 euro in busta paga per tutto il 2014. Già, il 2014, perché per stabilizzare l’aumento agli anni successivi va votato entro l’anno un nuovo testo. Intanto, delle annunciate riforme sul lavoro, pubblica amministrazione e giustizia, per non parlare della riforma elettorale e della costituzionale sul Titolo V, finora ci sono poco più che delle generiche linee guida. Quelle sì, approvate una volta al mese dal Consiglio dei Ministri. Qualche esempio? Prendiamo proprio la riforma del Senato, rimasta bloccata a Palazzo Madama anche a causa dei 7800 emendamenti (5900 presentati da Sel) dell’opposizione. Fra il 29 e il 30 aprile tutti i quotidiani italiani titolavano con il virgolettato di Renzi: «Riforma del Senato entro il 10 giugno. O riesco a fare le cose o me ne vado». Siamo al 22 luglio e, ovviamente, una riforma costituzionale di tale portata non poteva vedere la luce in appena 40 giorni. E la bagarre scoppiata ieri in Aula dimostra che non sarà affatto facile farla digerire ai senatori, nemmeno a quelli del Pd. Tentando di rilanciare, il ministro per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi, sempre più vicepremier in pectore, ha assicurato che il voto finale «arriverà entro il 10 agosto». Chissà se poi diventerà il 10 ottobre o il 10 dicembre. E l’Italicum? La «nuova» legge elettorale (che, francamente, di rivoluzionario ha ben poco) doveva essere pronta entro maggio. Ad assicurarlo, il Renzi segretario del Pd, poco prima del ribaltone interno al grido di «Enrico stai sereno»: seguirono gli incontri con Silvio Berlusconi al Nazareno, le puntate in stile Grande Fratello con i 5 Stelle, e adesso il termine si è spostato a «entro il 2014». Ma queste sono «riforme lente» si dice, per le quali serve «un’ampia maggioranza e grande condivisione». E allora, che fine hanno fatto le altre «riforme portanti», quelle che servivano per «cambiare verso all’Italia». Partiamo da quella sul lavoro, il famoso Job Act che sarebbe dovuto arrivare entro marzo. In realtà l’ok delle Camere è arrivato a fine maggio, ma solo per un «primo tempo», che introduce alcune agevolazioni alle imprese ma è ben lontano dalla «riforma epocale» promessa nei 10 punti illustrati il giorno successivo all’insediamento del governo. «Il secondo tempo del piano del lavoro sarà legge entro il 2014», promette il ministro Giuliano Poletti, ma l’iter della legge delega potrebbe restare in Parlamento per un bel po’ di tempo. Non dando per scontato che, alla fine, il testo esca così com’è stato concepito. Altra riforma ferma è quella sulla Pubblica Amministrazione: durante la pomposa conferenza stampa del 13 giugno venne presentato, in realtà, un «disegno di legge delega» di 45 punti, delle linee guida da sviluppare alle Camere. Chissà quando. Per non discutere di anticorruzione, cultura, sovraffollamento delle carceri e i decreti attuativi sul fisco, rimasti al palo, si dice in parte anche per non offendere «l’alleato occulto», che poi sarebbe l’ex Cavaliere. E la riforma della Giustizia, di cui si parla tanto con i giornalisti ma poco nei luoghi istituzionali? Doveva essere pronta nei primi 100 giorni e il 30 giugno scorso, in effetti, sempre in una delle pompose conferenze stampa renziane, sono stati presentati 12 punti approvati dal Consiglio dei ministri. Tuttavia, anche qui si tratta di linee guida. «Giustizia civile: riduzione dei tempi. Un anno in primo grado», il primo punto; «Csm: più carriera per merito e non grazie alla appartenenza», il quarto; «Informatizzazione integrale dei sistema giudiziario», l’undicesimo. Insomma, roba degna di Jacques de La Palice o, se preferite, del miglior «Capitan Ovvio». Nel frattempo, sempre ieri il ministro Boschi ha ricordato che «a settembre presenteremo il programma dei 1000 giorni». Poi diventerà la «scadenza naturale della legislatura», quindi «ci serve un altro mandato». Sembra un film già visto: «It’s democracy, baby».
Dalla rivoluzione in 100 giorni a mille. Le difficoltà di Matteo il Rottamatore
