Politica

Sfiorata una strage all’ambasciata americana

A ridosso della sede diplomatica a Roma esplode un’automobile con tre kg. di esplosivo

E venne il giorno dell’auto al tritolo, del terrorismo che aggredisce alla vigliacca, con le vetture cariche di esplosivo parcheggiate per strada, destinate a colpire indiscriminatamente. Il «modello Beirut» già sanguinosamente sperimentato dalla mafia per il giudice Chinnici, è stato trasferito nella Capitale, in una mattinata di attacchi concentrici in chiave anti-imperialista. Dopo le minacce, le bombe, per miracolo senza morti e feriti: auto con tre chili di tritolo saltata in aria in via Boncompagni, a ridosso dell’albergo Excelsior; bombe lanciate con rudimentali mortai nel giardino dell’ambasciata inglese a Porta Pia e nel cortile della sede diplomatica americana in via Veneto. Per bombardare Palazzo Margherita, i terroristi avevano installato una artigianale rampa di lancio sulla finestra dell’albergo prospicente l’ambasciata Usa. Nello spazio di un’ora il terrorismo che si nasconde dietro una sigla, quella delle «Brigate internazionali anti-imperialiste». Già apparsa a Beirut e in Indonesia, ha violentato l’inviolabilità della piccola «Casa Bianca» di via Veneto e quella della sede britannica di via XX Settembre, facendo piovere dall’alto due ordigni sul primo obiettivo ed uno sul secondo. Ma l’aspetto più pericoloso è la terrificante apparizione dell’autobomba , esplosa in via Boncompagni angolo via Marche alle 7,35 mezz’ora dopo il lancio a Porta Pia. Una deflagrazione che ha disintegrato l’automezzo, facendo volare a decine di metri pezzi di carrozzeria e del motore. Esplosione che per un puro caso non ha coinvolto passanti, tranne una donna, Angela Di Bari di 48 anni, choccata dall’onda d’urto appena scesa da un autobus. Altre auto in sosta, sventrate e vetrine dell’Excelsior volate in pezzi, muri sbriciolati. Pochi metri più in là e l’esplosione avrebbe potuto provocare vittime tra i numerosi turisti che stavano facendo colazione nell’hotel. La cronaca della mattinata delle bombe è quasi un bollettino di guerra, per il susseguirsi degli avvenimenti che hanno visto protagonista un sedicente Edwin Yen Xiao, passaporto canadese, tratti da mediorientale, il misterioso occupante della stanza n.418 in cui era stata sistemata la rampetta di lancio costituita da due tubi a mo’ di mortaio, da cui sono partiti gli ordigni, diretti uno contro la facciata dell’ambasciata Usa e l’altro inesploso sul cortile. La stessa persona che sabato scorso ha preso a nolo in un autonoleggio di via Nizza una Ford Escort, la macchina imbottita di tritolo. Il tentativo di «libanizzare» la nostra città, all’immediata vigilia di un processo che vede quale imputato un giovane palestinese accusato dell’attentato al Cafè de Paris, rivendicato a Londra e a Roma dalle «Brigate internazionali anti-imperialiste» e in coincidenza con il vertice di Venezia, ha avuto inizio alle 6,55 in via XX Settembre. Qui da un «mortaio» munito di un congegno a tempo è partita una bomba finita in una vasca della fontana monumentale all’interno della sede diplomatica britannica. Danni niente. Il congegno di lancio, un tubo unico, è stato trovato poco dopo nel cortile del museo dei Bersaglieri. Alle 7,35 l0 scoppio dell’automobile minata in via Boncompagni, con schegge metalliche volate in giro. È stato l’inizio di una mattinata convulsa che ha trasformato via Veneto in zona di guerra. Marines all’interno dell’ambasciata USA e intorno polizia e carabinieri con posti di blocco a decine. Dopo lo scoppio, il panico tra i passanti, l’allarme esteso ad altre parti della città. Pochi secondi dopo i due ordigni partiti dalla finestra al quarto piano dell’hotel Ambasciatori. Ha avuto inizio la caccia all’uomo. Qualcuno ha visto allontanarsi due auto. Alla fine è stata localizzata la stanza n. 418 e si è incominciato ad indagare sul misterioso orientale con passaporto canadese. Sul davanzale della finestra è stato trovato il congegno di lancio, due tubi affiancati lunghi 50 centimetri e larghi 10, muniti di congegno a tempo. Dalla rampa al quarto piano sono partite due bombe. Una è esplosa provocando nel cortile dell’ambasciata una buca dal diametro di 30 centimetri e causando la rottura dei vetri blindati di quattro finestre. L’altro ordigno, caduto sempre nei giardini di Palazzo Margherita, dietro la cancellata dell’ingresso principale, non è esploso. L’OMBRA DI BEIRUT SU VIA VENETO Il cielo plumbeo, l’aria calda e appiccicosa, una pioggerellina fitta che cade giù con insistenza. Dobbiamo far presto. Per andare in via Veneto saliamo su di un taxi, a piazza Colonna. Sull’auto gialla percorriamo poche centinaia di metri, fino a largo Tritone. Qui la strada è sbarrata, il vigile urbano è tassativo: «Non si passa». Proseguiamo a piedi. Dopo aver scavalcato la striscia di nastro plastificato bianco e rosso raggiungiamo di corsa piazza Barberini. Polizia e carabinieri presidiano la piazza, la gente cammina con passo lesto: è sospettosa e si scambia sguardi interrogativi. Imbocchiamo via di S. Basilio. Guardando in su, nello spicchio di cielo che si staglia tra due file di palazzi, intravediamo l’ambasciata americana. Siamo in via Veneto. Nel cuore del «Triangolo della morte» si consuma ancora il rituale dei sopralluoghi, dei controlli. Le immagini sono tetre, grigie. Ricordano quelle dell’attentato al Café de Paris, dell’esplosione alla British Airwais. Via Veneto (dai due lati) e via Bissolati sono sbarrate al traffico, transennate. La scena ricorda Beirut. Davanti all’ingresso della sede diplomatica Usa stazionano agenti col giubbotto anti-proiettile e carabinieri armati di mitra. Auto e furgoni delle forze dell’ordine sostano davanti alla cancellata. Ogni tanto, l’ululato di una sirena e la sgommata di una volante che poi passa sfrecciando rompono il silenzio. Gruppi di giornalisti, fotografi e camera-man si spostano da una parte all’altra della strada inseguendo ufficiali dei carabinieri e funzionari di polizia per chiedere loro informazioni. Al di la del cancello, nell’ambasciata, i metronotte del servizio di vigilanza formano un cordone di protezione. Due marines, armati di fucile di precisione e con addosso il giubbotto anti-proiettile, si appostano in ginocchio davanti al portone. I militari indossano elmetto e tuta mimetica. Qualcuno indica la scalfittura provocata da uno degli ordigni lanciati dal vicino albergo Ambasciatori. Si tratta di poco più di una screpolatura, ben visibile sulla facciata principale della sede diplomatica. C’è un fuggi fuggi. I carabinieri portano via il mortaio adoperato dall’attentatore per lanciare gli ordigni, fotografi e cineoperatori li inseguono per «catturare» le preziosi immagini. Ci spostiamo in via Boncompagni. All’incrocio con via Veneto, sull’asfalto, si trova ancora un pezzo di ammortizzatore dell’auto bomba. La vettura è lontana una cinquantina di metri. L’esplosione l’ha disintegrata, solo il motore e la parte anteriore della carrozzeria hanno resistito. Se la si guarda da dietro, tranne qualche brandello di lamiera contorta, non esiste più. Lo scoppio è stato potentissimo (le schegge sono schizzate tutt’intorno) e la carica di tritolo, che ha mandato in frantumi i vetri dei palazzi vicini, ha danneggiato altre vetture posteggiate nella stessa strada.

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