Politica

Quel processo fondato su teoremi indimostrabili

Una pena feroce per punire crimini che nessuno dice di aver subito

Non si era mai visto un imputato condannato nonostante le «vittime» non si definissero tali. Non si era mai visto un processo, da molti definito «talebano», concludersi in primo grado con una pesante sentenza, sette anni di carcere, nonostante l’assenza di prove da un lato e la mancanza del reato dall’altra. È accaduto in Italia, e l’imputato non poteva che essere Silvio Berlusconi, che da 20 anni subisce un accanimento giudiziario mai visto nella storia politica di altri Paesi. L’accusa al Cavaliere si basa su due punti essenziali: aver fatto consapevolmente sesso a pagamento con una minorenne e aver telefonato in questura a Milano «obbligando» il funzionario, dall’alto della sua posizione, a consegnare Karima el Marough, cioè Ruby, a Nicole Minetti. Ma dov’è la prova che Berlusconi sapesse che Ruby era minorenne? E dov’è la certezza che fra i due ci sia stato sesso? E ancora: in che modo si sarebbe manifestata la concussione se dalle telefonate si evince chiaramente che da Berlusconi sono arrivate solo delle «richieste»? Nulla dimostra tutto ciò, ragion per cui la condanna di primo grado nasceva solo da «congetture che puntellano prove inesistenti» e «opinioni», come più volte affermato dai legali del Cavaliere. Non si evince da nessuna parte, infatti, che Berlusconi «diede un ordine perentorio». La difesa del Cavaliere ha sempre sostenuto che a Pietro Ostuni, capo di Gabinetto della Questura, «non fu mai dato un ordine, né ci fu alcuna costrizione, ma una mera sollecitazione», tanto che lo stesso Ostuni, ascoltato come teste, dice a un secondo funzionario, Giorgia Iafrate, di «accelerare le pratiche purché ciò non fosse incompatibile con le procedure adottate in questi casi». Come evidenziato anche da decine di avvocati italiani, quante volte un pubblico ufficiale chiama qualche «sottoposto», diretto o indiretto, per chiedere l’accelerazione di una pratica? Ma ad aver probabilmente segnato una svolta nel processo, fino al pervenire a un’assoluzione, è quanto rivelato ancora dai legali di Berlusconi. Nove giorni dopo la telefonata incriminata, infatti, Ruby viene di nuovo fermata in pessimo stato e portata in questura. Questa volta però, a parte un’inutile, perché irrintracciabile, telefonata alla Minetti, non accade nulla. Ruby finisce prima in ospedale e poi in comunità. Domanda: se la «costrizione» messa in pratica da Berlusconi è stata così potente e violenta, come stabilito dalla sentenza di primo grado, perché i funzionari di polizia mandano la ragazza in comunità invece di prodigarsi e fare ancora «un favore» al premier? Perché si limitano a tentare di parlare con la Minetti e poi nulla più? L’«atto intimidatorio», dunque, non c’è mai stato. Come sottolineato dall’avvocato Coppi, «l'ordine perentorio è un’invenzione del tribunale» perché «non ci fu minaccia ma al limite un timore reverenziale, uno stato d'animo» che indusse Ostuni a chiedere di accelerare le pratiche di fotosegnalazione e identificazione della ragazza. Operazioni condotte seguendo le procedure. Quanto alla prostituzione minorile, la premessa sta in una domanda: è così assurdo che Ruby mentisse sulla sua vera età? La ragazza viene descritta come «furba» anche dal pm Ilda Boccassini, e per i difensori del Cavaliere la giovane marocchina è «una persona disonesta con le istituzioni e con gli altri, non credibile e che, come spiegato anche da psicologi e operatori sentiti in aula, ha la tendenza a fantasticherie autistiche e a manie manipolative». Insomma, una che «mente per il gusto di mentire, per il gusto di sbalordire, di apparire di più di quel che è». Di fronte a un soggetto così descritto da più parti, da dove mai può nascere la certezza che Berlusconi conoscesse la sua vera età? Così come non esiste, perché non può esistere, l’evidenza che Berlusconi e Ruby abbiano fatto sesso. Sono ancora i legali del Cavaliere, infatti, a spiegare in aula che su questo punto Ruby «non ha mai ritrattato» e che «se non si ha la prova certa, la condanna per prostituzione minorile di una ragazza che nega di essere andata a letto con il suo “corruttore”, rimane singolare», perché «negano entrambi e nessuno li ha visti o sorpresi nell'intimità». Dunque la domanda finale non è perché Berlusconi sia stato assolto in appello, ma perché un giudice l’abbia condannato in primo grado.

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