Politica

Palermo processa la mafia Di Liggio la prima sfida

di Ulderico Piernoli

Palermo, 10 febbraio - L’appuntamento è stato rispettato. Palermo processa Cosa Nostra, dentro l’Ucciardone, carcere di mafia per antonomasia. Dei 474 imputati sono presenti nella grande aula fantascientifica oltre ai 12 agli arresti domiciliari e ai 38 in libertà provvisoria, solo 60 detenuti, in totale, meno di un terzo. Alle 9,43 entra la Corte e giurano i giudici popolari: con tre battute che suonano sfida il «capo dei capi», Luciano Liggio è il primo a farsi sentire. Ricusa il suo avvocato perché «molti giureconsulti da corteo dicono che gli imputati di questo processo non vanno difesi». Il presidente taglia corto nominandogli difensore d’uffifcio lo stesso «ex» legale di fiducia. La vedova del professor Giaccone, il fratello del commissario Boris Giuliano, i figli del generale Dalla Chiesa, donne in gramaglie, madri, spose di altre vittime siedono sulle poltroncine riservate alle parti lese. Scattano i flashes e subito si leva un coro di protesta fra gli imputati agli arresti domiciliari e fra quelli nelle gabbie. I fotografi spariscono dall’aula. Domattina si riprende con la costituzione delle parti civili. La data è stata rispettata. Palermo processa Cosa Nostra, dentro il carcere del’Ucciardone. E Luciano Leggio, che tutti chiamano Liggio, il «capo dei capi», non si sottrae al confronto. Tre battute appena già suonano sfida, quando il presidente Alfonso Giordano pronuncia il suo nome. La voce distorta dagli amplificatori annuncia dalla gabbia n. 23 «Voglio sospendere i miei difensori». Sembra una boutade, e invece il re di Corleone prosegue: «Molti giureconsulti da corteo dicono che gli imputati di questo processo non vanno difesi, voglio agevolare loro la soluzione del problema». Il presidente gli ribatte che comunque dovrà nominargli un difensore d’ufficio, perché cosi impone la elegge. Ironico, Leggio risponde: «Strano, apprendo dalla stampa, da illustri giuristi, che gli imputati non debbono essere più difesi». Il presidente taglia corto: «Le nomino difensore d’ufficio l’aovocato Orazio Campo». Una mossa intelligente, perché Campo è proprio il suo ormai ex difensore di fiducia. Ma Leggio ha anche un altro messaggio da inviare e aggiunge: «Qui io sono isolato. Chiedo di essere ammesso alla socialità sia nel carcere, sia in aula, insieme con gli altri detenuti. Io non ho problemi con nessuno. Perciò vorrei stare insieme con gli altri, ma sempre con il piantone vicino, perché ho bisogno di essere aiutato». Quella frase, «Non ho problemi con nessuno», vale un proclama di pace, quasi che Leggio abbia voluto far sapere che ormai gli equilibri mafiosi sono stati ristabiliti, la guerra fra le «famiglie» si è conclusa, che non è più tempo di mattanza e quindi non ha nulla da temere. È l’unico brivido della giornata, insieme con la sortita del pentito Salvatore Di Marco, il solo presente, che sembra deciso a ripensarci, tanto che ha chiesto di essere messo nelle gabbie insieme con gli altri. Una giornata cominciata presto per tutti. Alle 8 i primi imputati erano già stati sistemati nelle gabbie centrali di quest’aula fantascientifica che il colore verde pastello rende meno opprimente. Da porte che nessuno vede e tutti sentono rimbombare, arrivano uno a uno i detenuti nelle gabbie disposte a semicerchio. Ecco Pippo Calò, il «finanziere» di Cosa Nostra, e Giuseppe Bono, l’ambasciatore» delle famiglie americane interessatel al traffico di stupefacenti. Più in la c’è Tommaso Spadaro, risentito perché gli hanno attribuito un bel po’di miliardi depositati sul suo conto corrente svizzero. «Non sono miei, quei soldi», risponde a un giornalista che lo stuzzica. Alle 8,30 dalringresso sulla destra entra una nutrita schiera di imputati agli arresti domiciliari, avanti negli anni e piuttosto malandati in salute. Si siedono nelle poltroncine accanto a quelle riservate ai fortunati che hanno già ottenuto la libertà provvisoria oppure sono stati scarcerati per decorrenza dei termini. Su 474, alla fine risulteranno presenti 60 imputati detenuti, 12 agli arrestidomiciliari e 38 in libertà provvisoria, meno di un terzo. Neppure una delle quattro donne rinviate a giudizio. Si affollano con il passare dei minuti anche le poltroncine riservate alle parti lese. Ecco la vedova del professor Giaccone, il medico legale che non volle «addomesticare» una perizia; il fratello del commissario Boris Giuliano; i figli del generale Dalla Chiesa: Nando, Simona e Rita; Antonia Setti Carraro, la madre di Emanuela; donne in gramaglie, sorelle, madri, spose di altre vittime della mafia. Un centinaio di persone in tutto, ognuna con una tragedia scritta dalla mafia sulle spalle. Scattano i flashes dei fotografi ed è un coro di proteste. Un omone in maglione verde, fra gli imputati agli arresti domiciliari, non vuol essere ripreso e lamenta di essere stato imprigionato coi suoi tre figli. Dalle gabbie altre voci gli fanno coro ritmando: «Fuori i fotografi». Una selva di mani si leva a nascondere i volti e poi nel gesto classico delle corna. Alle 9,43 entra il presidente Alfonso Giordano, i pubblici ministeri Antonio Ayala e Domenico Signorina, seguiti da tutti i 45 giudici popolari sorteggiati inizialmente. Ma è una falsa entrata, spariscono dopo qualche minuto. Trascorre un’ora e finalmente l’annuncio: «La corte» Eccoli schierati i giudici del processo alla mafia. Al centro il presidente Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso con accanto le rispettive «riserve»: Claudio Dall’Acqua e Antonio Prestipino. Tre donne e tre uomini costituiscono la giuria popolare effettiva (due casalinghe, due insegnanti, due impiegati); altre quattro donne e sei uomini sono pronti a rimpiazzarli in caso di necessità. Con il giuramento di rito i giudici popolari si impegnano a «giudicare secondo rettitudine ed equita», affinché «la sentenza riesca come la società l’attende, affermazione di, verità e di giustizia». Il rito processuale prosegue con la costituzione delle parti: innanzitutto l’elenco degli imputati con i rispettivi difensori. Il presidente comincia: «Abbate Giovanni». Per difenderlo due avvocati: Sergio Monaco, di Palermo, e il professor Franco Coppi,di Roma. L’appello prosegue per ore fino al tardo pomeriggio, scandendo nomi di imputati e nomi di principi del Foro, cosicché si ritrovano sul banco della difesa, fianco a fianco, il comunista Salvo Riela, al quale il partito aveva rivolto un pubblico avvertimento, Sergio Spazzali, il difensoredi tanti brigatisti rossi, e l’onorevole missino Enzo Tarantino. Ma anche gli avvocati Graziano Maffei e Antonio Cristiani, che a Lucca, per il rapimento della piccola Elena Luisi, si erano ritrovati su fronti opposti. La prima giornata del processo alla mafia si chiude con la discussione sulla declaratoria di contumacia di alcuni imputati assenti. Domani mattina la costituzione delle parti civili e l’inevitabile scontro con gli avvocati della difesa che tenteranno di far levare in questo processo il minor numero possibile di voci contro i loro assistiti.

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