Comunque la si pensi, il processo Ruby rappresenta una anomalia per l’Italia e per la giustizia di questo Paese. Perché è un processo in cui la vittima del reato dichiara di non essere vittima, in cui un funzionario che l’accusa vorrebbe intimidito dice che non lo fu affatto e nel quale chi ha osato sostenere il racconto della difesa è finito egli stesso alla sbarra per falsa testimonianza. In breve: si voleva l’imputato colpevole a ogni costo. Ora, siccome l’imputato è Silvio Berlusconi tutto appare di più facile comprensione. Resta però incomprensibile la condanna. Che, badate bene, si fonda sulla famosa telefonata in questura la sera in cui Ruby venne fermata dalla polizia. Secondo i giudici di primo grado, nel colloquio con il capo di gabinetto, l’ex premier avrebbe avuto un atteggiamento così arrogante da «costringerlo» a rilasciare Ruby per paura di subire conseguenze. Peccato che il poliziotto abbia smentito totalmente e che, anzi, abbia definito la telefonata denotata da garbo e gentilezza. Berlusconi, in breve, non «intimò» al funzionario di rimettere in libertà Ruby. Eppure, per questa «costrizione», che in mancanza di conferma del costretto i giudici hanno dovuto far risalire a un fattore psicologico legato alla carica ricoperta da Berlusconi, è scattata la condanna a sette anni. Però, scusate: ammesso che il funzionario fosse soggiogato psicologicamente dalla funzione di presidente del Consiglio del Cavaliere, perché oggi con lo stesso Cavaliere disarcionato da palazzo Chigi, allontanato dal Senato, costretto ai servizi sociali, il suddetto funzionario non si libera e dice quello che vorrebbe fargli dire l’accusa? Magari non lo fa perché finora ha sempre detto la verità. Che però in questo processo sembra conti davvero poca cosa. E questa è la vera e più grave anomalia di un dibattimento che si è alimentato del voyeurismo giudiziario, di una grancassa mediatica rimpinguata da una valanga di intercettazioni piccanti che voleva a ogni costo lo scalpo dell’odiato Cavaliere e di una claque politica sempre perdente sul campo della politica. Però questa è la storia. Un collegio giusto può riportare la storia sui binari della verità. Non ci vuole coraggio, occorre solo aver amore della verità. Quella che raccontano gli atti, non quella scritta nei fatui libri dell'odio.
Lo scalpo del Cav in un processo farsa
di Giorgio Mulè