Una città non può difendere un delinquente. La morte di Ciro Esposito è stata una ferita terribile per Napoli e per tutto il calcio perché non si può morire per una partita. Ma brutto è stato anche il modo in cui è stata gestita la vicenda. Società, tifosi e istituzioni: Roma doveva prendere le distanze. Il fatto è che è stato ucciso un tifoso, e ora i colori non c’entrano più. Il clima di tensione che si sta respirando in questi giorni è figlio anche di questo. Ricordo, in tempi non sospetti, la solidarietà del tifo napoletano per la morte di Antonio De Falchi (il 19enne romanista ucciso nel giugno dell’89 davanti a San Siro prima di un Milan-Roma, ndr). Questo perché davanti alla morte non esistono colori, non esistono città. Allora, in una partita di beneficenza, raccogliemmo 20 milioni di lire che consegnammo personalmente alla madre del ragazzo. Quando ero capo tifoso del Napoli resi anche possibile il gemellaggio con la Roma. Per poche decine di imbecilli, poi, si è rotto tutto. E col passare del tempo quegli imbecilli sono diventati sempre di più. Adesso, dopo l’uccisione di un altro tifoso, assistiamo a vendette, accoltellamenti, agguati. Parole che non esistono nel mio vocabolario. Il mondo ultras non lo condivido. Sembra un paradosso, ma sono stato sempre diverso. Mi sono sempre sentito ultrà perché il tifo va oltre la partita, è l’amore per una maglia. Ci sono delinquenti, che non possono essere considerati ultras, che invece hanno abbracciato la guerriglia, e il risultato è questo. Sui fatti di quella sera, all’Olimpico, però, una cosa va detta. Sulle prime pagine di tutto il mondo non è finito chi ha sparato, ma Gennaro De Tommaso. Ha cercato di calmare gli animi eppure è stato dipinto come un delinquente. I tifosi romanisti adesso sono odiati da tutti, soprattutto perché nessuno ha speso una parola di cordoglio per la morte di Ciro. Forse anche per paura, ricordiamoci che qualche anno fa poche persone riuscirono a far sospendere un derby (nel 2004, in seguito alla falsa notizia di un bambino investito e ucciso da un’auto delle forze dell’ordine, ndr). Eppure anch’io, oggi, guardo la tifoseria giallorossa con altri occhi. C’è solo una cosa che i romanisti possono fare per cercare di alleviare questa ferita. Con l’aiuto di Francesco Totti, un campione e un esempio di cultura sportiva. Il capitano della Roma, insieme ai capi tifosi, dovrebbe andare - anche se in ritardo - a portare le condoglianze della società e della tifoseria ad Antonella Leardi, la madre di Ciro Esposito, a casa sua. È una donna straordinaria che ha saputo perdonare, ma il messaggio di non violenza di cui si è fatta promotrice è rimasto inascoltato. Se serve, sono disponibile a cercare di organizzare l’incontro. Perché non possiamo essere noi tifosi a fermare la spirale di violenza che si è creata. Ci vuole un gesto importante.
Totti vada a trovare la mamma di Ciro
La proposta di "Palummella", leader storico del tifo partenopeo