Politica

Quel cavillo che può bloccare il processo P3

Dell’Utri può essere giudicato solo per il reato per il quale è stato estradato. Già avanzata una «richiesta supplettiva» alle autorità del Libano

Un nodo giuridico molto tecnico, ma che potrebbe avere l’effetto di bloccare il processo P3 per l’ex parlamentare Pdl, Marcello Dell’Utri. Un cavillo nelle pieghe delle norme e dei trattati internazionali, impone che l’ex braccio destra di Silvio Berlusconi non possa essere processato per altri fatti se non quelli per i quali è stata disposta la sua estradizione dal Libano. Questo c’è alla base della richiesta di estradizione «suppletiva» formulata dalla Procura della Repubblica di Roma al giudice per l’udienza preliminare, chiamato a decidere se disporre o meno il rinvio a giudizio di Dell’Utri, Denis Verdini e Nicola Consentino, nel procedimento stralciato da quello madre sulla cosiddetta P3, dopo i ritardi delle giunte per le autorizzazioni a procedere di Camera e Senato nel decidere sull’utilizzabilità delle intercettazioni che tirano in ballo i tre. Alla base della richiesta c’è il concetto di «specialità della legge penale» che, applicato a questo caso, consente a Dell’Utri di non essere sottoposto a processo, in quanto l’estradizione dal Libano perfezionatasi a giugno scorso, riguarda esclusivamente il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il quale l’ex parlamentare è stato condannato a sette anni. Secondo la normativa, infatti, un soggetto estradato per un reato non può essere processato per altri reati e fatti, stando a una serie di trattati relativi all’estradizione. Per questo i magistrati della Capitale hanno dovuto formulare un’istanza al gup, affinché inviasse una nuova richiesta «suppletiva» di estradizione al Libano, relativa ai reati finiti al centro del processo sulla P3. Tuttavia la difesa ha tentato di contrastare la richiesta, ritenendo che nel procedimento ci sarebbero elementi affinché Dell’Utri sia prosciolto dalle accuse. Per gli stessi fatti, il gup ha già disposto il rinvio a giudizio di 17 persone, tra le quali spiccano l’uomo d’affari Flavio Carboni, il giudice tributario Pasquale Lombardi, l’allora primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, e l’ex governatore della Sardegna Ugo Cappellacci. Le accuse, secondo le singole posizioni, vanno dalla violazione della legge Anselmi sulle organizzazioni segrete, all’associazione per delinquere, corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento ai partiti e diffamazione. L’inchiesta puntava a svelare l’esistenza di un supposto gruppo di potere che avrebbe «influenzato la decisione della Corte costituzionale nel giudizio di legittimità del lodo Alfano», oltre a ipotizzate pressioni sull’allora vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, e su «componenti del Csm», per pilotare nomine giudiziarie cardine, come «presidente della Corte d’Appello di Milano e di Salerno» e «procuratore della Repubblica di Isernia e Nocera inferiore». In questa vicenda – che se pur trova un primo riscontro davanti al gup dovrà essere analizzata da tre gradi di giudizio – un ruolo ben definito lo avrebbero giocato anche i tre imputati doc. I nomi di Dell’Utri, Verdini e Consentino spuntano in diversi capi d’imputazione dell’inchiesta. C’è, per esempio, il caso dei contributi finanziari ricevuti dagli imprenditori Alessandro Fornari e Fabio Porcellini. I due, infatti, «partecipavano all’associazione, fornendo il sostegno economico diretto a finanziare il sodalizio e i suoi membri e necessario, fra l’altro, a realizzare il piano industriale di intervento nel settore delle energie rinnovabili e a creare la provvista destinata alla corruzione dei pubblici funzionari e ai finanziamenti illeciti in favore di membri del Parlamento; ciò facevano versando ripetutamente a Carboni, Verdini e Dell’Utri somme ingenti di denaro, quantificabili complessivamente in oltre 6 milioni di euro, che prelevavano dalle casse di società da loro gestite e trasferivano a Carboni e agli altri associati con la complicità di prestanome». Consetino, infine, è accusato di diffamazione e violenza privata ai danni del presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, in relazione alla diffusione «a mezzo internet di false notizie dal contenuto diffamatorio». Diffamazione che, stando alla ricostruzione accusatoria, Cosentino avrebbe compiuto assieme a Carboni, all’ex assessore napoletano Arcangelo Martino e all’ex giudice Pasquale Lombardi.

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