Politica

Il gen. Dalla Chiesa e la moglie morti in un agguato a Palermo

di Luigi Gambacorta

Di fronte all’atroce notizia il raccapriccio raggela non solo il sentimento ma il pensiero. Ci domandiamo dubbiosi se siamo desti o stiamo facendo un brutto sogno. Carlo Alberto Dalla Chiesa non è più. Giace su un letto di morte, colpito da mano di cui l’impronta feroce appare visibile ad occhio nudo, insieme con la giovane compagna della sua vita sposata solo due mesi fa. L’uomo la cui effige era apparsa tante volte sui giornali, come quella di un personaggio che nella lotta contro le Brigate Rosse e le altre formazioni eversive che infestano l’Italia si era distinto per eroismo, perizia, astuzia, immaginazione e coraggio, torna sotto il nostro sguardo ancora una volta effigiato dai giornali, ma sappiamo che non potremo ormai più che rivederlo nel ricordo. Il carabiniere di ferro contro cui la delinquenza organizzata aveva accumulato un odio implacabile e feroce ha pagato con la vita la sua dedizione al Paese, i numerosi servizi resi allo Stato e alla collettività nazionale. E’ su di lui che la delinquenza interna - quella grande ignobile famiglia che va dalle Brigate Rosse a Prima Linea, ad Autonomia, ai Combattenti per il comunismo, alla camorra, alla mafia - può celebrare i suoi saturnali tra una macabra danza e turpi canti di vittoria sulla sua salma ancora calda. E lo Stato democratico, piegato da questa dolorosa sconfitta, è costretto ad abbrunare le sue bandiere a mezz’asta. Perchè a questo punto è inutile illudersi. Quella di oggi è giornata di lutto nazionale; e non solo per quel che rappresentava la vittima di questo truce assassinio, ma per il modo in cui è stato compiuto e per il momento in cui si colloca l’infame delitto, che ha voluto chiaramente essere un avvertimento ai progetti forse troppo improvvidamente sbandierati in pubblico. Arrivare a un regolamento totale di conti con la mafia siciliana e non solo siciliana. Purtroppo siamo consapevoli del trito rituale che ci aspetta. Vediamo già con gli occhi dell’immaginazione il solenne funerale che sarà celebrato a Palermo per le vittime di questo ignobile attentato. Sentiamo già le prime avvisaglie della nausea che proveremo quando si rovescerà su di noi l’alluvione dei discorsi che si leverà da tutti i pulpiti politici, partitici e giornalistici. Il disgusto ci assale al pensiero delle solite proclamazioni sullo Stato democratico che non crolla, sulla sfida della criminalità che troverà adeguata risposta, sugli appelli lanciati in tutte le direzioni perché i cittadini che non riescono ad ottenere alcuna protezione contro la delinquenza dallo Stato collaborino con le forze dello Stato alla sconfitta delle armate clandestine che nel sottofondo della società complottano contro le istituzioni e le aggrediscono brutalmente nelle persone dei suoi più fedeli servitori. Tutte queste sceneggiate hanno fatto il loro tempo, e avreemmo bene il diritto di dircene, usando una parola recentemente entrata nel gergo politico «satusi». Hanno tutte fatto il loro tempo. Vorremmo, per il generale Carlo alberto Dalla Chiesa, un funerale particolare. Un corte immenso, seguito da rappresentanze di cittadini giunti da tutte le parti d’Italia, dovrebbe sfilare per le vie e le piazze di Plermo nel silenzio più assoluto. Nel Duomo una cerimonia funebre silenziosa senza discorsi. Però un enorme striscione dovrebbe precedere il corteo funebre. Nello striscione queste semplici parole: Carlo Alberto Dalla Chiesa sarai vendicato! Gli uomini del governo dovrebbero impegnarsi a non pronunciare più parola su questa materiadolorosa del terrorismo e delle criminalità organizzata fino al giorno in cui gli assassini di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie non fossero identificati e assicurati alla giustizia. Ma a quale giustizia? E per scontare quale pena? Via, è tempo di finirla con certi ritegni che ostentiamo molte volte ipocritamente per apparire uomini civili. Non è più questione nè di civiltà nè di democrazia. È questione di difesa dello Stato, delle sue istituzioni, dell’ordinata convivenza civile, della sicurezza degli averi e della vita dei citatdini italiani. Siamo la patria di Beccaria ma siamo anche diventati il paese dove non c’è giorno che uno dei tanti poteri misteriosi che agiscono nei sottofondi della società nazionale più forti di ogni pubblico potere non emani ed esegua infami sentenze di morte eliminando chi vuole, dove vuole, come vuole. Sarebbe ora che qualcuno di questi plurimi assassini venisse a sapere che chi spegne barbaramente la vita altrui può mettere in gioco la propria, e non solo per mano di un altro assassino in un carcere di massima sicurezza. Si è detto più volte che siamo in guerra. La dolorosa tragica fine del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della sua consorte ne sono l’ultima conferma. Non si combattono le guerre disarmati né si vincono se non impegnandosi in esse ad armi pari con i nostri nemici. HA PAGATO CON LA VITA LA SUA FEDE NELLO STATO Hanno ucciso un eroe. Lo hanno immortalato. Ma lo Stato, quello in cui lui credeva, ha perso una grande battaglia. Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva il gusto della sfida. Per questo lui che di gloria ne aveva già tanta aveva accettato quest’ultimo incarico, lo aveva quasi voluto. Era l’unico cui si potesse affidare quel compitodi prefetto a Palermo, prefetto antimafia. Era arrivato il 30 aprile, il giorno stesso dell’assassinio di Pio La Torre, lo aveva inviato il presidente del Consiglio Spadolini. Arrivò e subito impose il suo stile. All’aeroporto eluse, lui che amava vestire in borghese, persino la scorta che gli avevano preparato. Così in Prefettura si presentò con un semplice taxi. Voleva essere e fu il primo segno che qualcosa cambiava, che tutti da quel momento avrebbero dovuto imporsi quella disciplina e quel rigore che non aveva mai smesso in tutta quella sua lunga carriera. Non aveva mai conosciuto la sconfitta, mai aveva dimostrato di avere paura. Era un personaggio e lo sapeva. Ma non era un esibizionista, e non lavorava per sé, per la sua immagine, « se è vero che esiste un potere - disse nel suo discorso d’insediamento e tante volte poi lo ripetè - è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle leggi». E lui, figlio di un generale piemontese, aveva l’orgoglio di rappresentarle. Il giorno che uccisero tre carabinieri, di scorta a un detenuto, s’ebbe con lui un diverbio, seppur sommesso, nell’atrio di una chiesa ad Enna mentre intonava il Dies Irae. La stampa - gli chiedemmo - può fare qualcos, sollecitare più mezzi, più uomini o cos’altro per questa lotta alla mafia? «I giornalisti - rispose - devono come tutti fare il loro dovere. Ma quanto ai mezzi e agli uomini siamo noi a doverci pensare. Ognuno ha i suoi compiti e noi qui siamo sicuri di poter svolgere il nostro sino in fondo». Era sicuro di sé e mostrava di volerlo essere: «Io - aggiunse in un incontro poi cordiale in Prefettura - la mafia la conosco e non da oggi». (...) Disse ancora di non pretendere incarichi speciali anche se ormai la mafia non era solo quella di Palermo e della Sicilia occidentale, ma una organizzazione che aveva esteso il suo potere in tutti i centri maggiori del paese forte dei suoi collegamenti internazionali. (...)

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