Politica

«Pagò Tarantini per farlo mentire». Chiesto il rinvio a giudizio del Cav

Secondo la Procura Berlusconi si sarebbe rivolto a Lavitola affinché consegnasse a Gianpi 500mila euro e altre utilità

La Procura della Repubblica di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi. In concorso con l’ex direttore de L’Avanti!, Valter Lavitola, avrebbe indotto il faccendiere pugliese Gianpaolo Tarantini a fornire false dichiarazioni ai pm che indagavano sul caso “Escort”, procedimento nato dalle dichiarazioni di Patrizia D’Addario. In cambio, l'allora presidente del Condiglio si sarebbe rivolto a Lavitola affinché consegnasse a Gianpi 500mila euro e altre utilità. Tarantini, dunque, avrebbe consapevolmente mentito ai magistrati baresi, «negando, contrariamente al vero, che Berlusconi avesse corrisposto a donne compensi in cambio di prestazioni sessuali». L’inchiesta, condotta dal procuratore aggiunto Pasquale Drago, avrebbe fatto luce su supposte menzogne dietro l’inchiesta che ha segnato una profonda stagione di “veleni” all’interno della Procura pugliese. Nei confronti dell’ex presidente del Consiglio è ipotizzato il reato di induzione alla falsa testimonianza. Ma andiamo con ordine. Secondo l’aggiunto Drago, Berlusconi «con offerte e promesse di versamento di denaro ha indotto Tarantini a tacere parte delle informazioni a sua conoscenza e a rendere dichiarazioni mendaci e reticenti» nell'inchiesta barese sul caso “Escort”. Berlusconi, così, avrebbe concesso alcuni vantaggi a Tarantini, «quali, quelli di assicurare a proprie spese la difesa tecnica nel procedimento penale; di procurare un nuovo posto di lavoro; di mettere a disposizione un prestito di 500mila euro per finanziare future iniziative imprenditoriali; denaro e utilità poi effettivamente corrisposte». Gli interrogatori nel mirino della Procura sono quelli del 29 luglio 2009 e del 6 e 23 novembre 2009, in cui Gianpi avrebbe «mentito, negando contrariamente al vero, che Berlusconi avesse corrisposto a donne, appositamente reclutate per partecipare a cene o incontri, compensi in cambio di prestazioni sessuali». Ma non solo, in quanto avrebbe anche taciuto «circa i reali contenuti dell'incontro svoltosi» con Berlusconi «a Palazzo Grazioli in Roma, dopo la mezzanotte del 13 novembre 2008». Un incontro che sarebbe stato propedeutico al presunto tentativo di Gianpi di penetrare nel sistema appalti della Protezione civile e delle commesse con Finmeccanica. L’indagine sui soldi passati da Berlusconi a Tarantini, per il tramite di Lavitola, nasce alla Procura di Napoli. I pm Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli, indagando su un sospetto giro di corruzioni internazionali compiute da personaggi legati a Finmeccanica, si sono imbattuti nelle telefonate tra Lavitola e Tarantini, in cui si parlava del denaro passato da Berlusconi. La prima ipotesi di reato è stata l’estorsione, poi derubricata dal gip di Napoli in induzione alla falsa testimonianza nel processo escort di Bari. Il fascicolo fu poi inviato nel capoluogo pugliese tra non poche polemiche: la stessa Procura, infatti, non intendeva dar corso all’inchiesta, chiedendo così la revoca della misura cautelare a carico di Lavitola. Richiesta rigettata dal gip, che impose al procuratore aggiunto Drago di procedere. Successivamente fu anche il Tribunale del Riesame a bacchettare la Procura di Bari, accusandola di aver avuto un atteggiamento «ondivago» nella vicenda. Tuttavia, Berlusconi avrebbe a più riprese cercato di chiarire il suo coinvolgimento nella vicenda. Agli atti del procedimento risulta un ampio memoriale, in cui ha tentato di fare luce sui reali motivi delle dazioni di denaro, scoperte in un’inchiesta della Procura della Repubblica di Napoli e poi stralciata a Bari per competenza territoriale. «Ho conosciuto il signor Tarantini e sua moglie alcuni anni orsono. Mi è stato presentato come un imprenditore di successo e da più parti ho avuto su di lui positive indicazione», si legge nell'atto. Racconta che «dopo il suo arresto Tarantini e la moglie mi scrissero delle accorate lettere inviatemi presso la segreteria di Roma. Il Tarantini protestava la propria estraneità alle accuse che gli venivano mosse, si scusava per il disagio che mi aveva procurato, si lamentava per il trattamento mediatico e giudiziario che gli veniva riservato». Aggiunge che «sia lui sia la moglie mi fecero sapere di essere in gravissime difficoltà economiche. Conversando casualmente con il Lavitola, questi mi disse di conoscere Tarantini. Mi risulta che in quel periodo, che collocherei nell'estate 2010, sia nato un buon rapporto di amicizia fra loro». E arrivano le dazioni di denaro: «Tarantini e la moglie mi fecero pervenire più volte lettere in cui mi presentavano la gravità della loro situazione economica, chiedendomi anche aiuto per finanziare la loro azienda e per evitare il fallimento. Lo stesso Lavitola mi segnalò una situazione di vera disperazione di una famiglia che era passata da una vita agiata a grandi ristrettezze, che avevano coinvolto anche il fratello (Claudio Tarantini, ndr), con la sua famiglia, la madre e altri familiari. Mi rappresentò anche il rischio che il Tarantini mettesse in atto episodi di autolesionismo». Dunque «feci pervenire al Tarantini e alla moglie del denaro o consegnandolo direttamente al Lavitola o facendoglielo consegnare in alcune rare occasioni dalla mia segretaria. Si trattava di somme che variavano tra i 5mila e 10mila, 5mila per il Tarantini e 5mila per la moglie».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.