Politica

Il nuovo Senato? Per capirlo serve un matematico

C’è l’intesa, la riforma da lunedì in Aula. Ma tra quozienti e resti la composizione è un rebus LEGGI ANCHE La metamorfosi di Calderoli da piromane a pompiere

Il nuovo Senato non sarà elettivo, e fin qui ci siamo. Ne faranno parte 5 membri scelti cal Capo dello Stato e 95 tra consiglieri regionali e sindaci (21). E anche questo è comprensibile. Sul metodo di scelta dei senatori, invece, riportiamo di seguito l’emendamento sul quale ieri i partiti hanno trovato l’intesa, approvando definitivamente il ddl Boschi che, da lunedì mattina, sarà consegnato alla discussione dell’Aula di Palazzo Madama. Vi si legge che «per l’elezione del Senato, nei consigli regionali ogni consigliere può votare per una sola lista di candidati, formata da consiglieri regionali e da un sindaco, collegati ad altrettanti candidati supplenti. Al fine dell’assegnazione dei seggi a ciascuna lista di candidati si divide il numero dei voti espressi per il numero dei seggi assegnati e si ottiene il quoziente elettorale. Si divide poi per tale quoziente il numero dei voti espressi in favore di ciascuna lista di candidati. I seggi sono assegnati a ciascuna lista di candidati in numero pari ai quozienti interi ottenuti, secondo l’ordine di presentazione nella lista dei candidati medesimi e i seggi residui alle liste che hanno conseguito i maggiori resti; a parità di resti, il seggio è assegnato alla lista che non ha ottenuto seggi o, in mancanza, a quella che ha ottenuto il numero minore di seggi». Se credete che sia difficile orientarsi in questa giungla di regole, non avete letto il resto: «Per la lista che ha ottenuto il maggior numero di voti, può essere esercitata l’opzione per l’elezione del sindaco o, in alternativa, di un consigliere regionale, nell’ambito dei seggi spettanti, secondo le modalità stabilite dalla legge. In caso di cessazione di un senatore dalla carica di consigliere regionale prima che sia sciolto il consiglio del quale è componente, è proclamato eletto il relativo candidato supplente». Non è un caso se un simile labirinto di norme abbia provocato più di qualche perplessità tra i frondisti dei diversi partiti. Ieri, in particolare, la riforma ha rischiato di arenarsi sul criterio della «proporzionalità» dei Consigli regionali. La composizione dei suddetti consigli, però, è «viziata» dal premio di maggioranza e, quindi, questa eventualità aveva fatto andare su tutte le furie i cosiddetti «partitini», di cui si è fatto portavoce Roberto Calderoli, che ha ritirato la firma dall’emendamento. La presa di posizione del leghista, oltre a ritardare l’arrivo in Aula della riforma, che era già previsto per ieri pomeriggio, ha provocato la marcia indietro della maggioranza. La nuova formulazione prevede che, oltre ai seggi, conteranno anche i voti espressi alle ultime elezioni regionali. Su questo la Commissione ha dato parere favorevole. Appuntamento a lunedì, quindi, quando l’Aula del Senato comincerà a discutere della riforma mentre le votazioni dovrebbero scattare due giorni dopo. Il Pd sembrerebbe essersi ricompattato, mentre qualche tensione resta in Forza Italia, dove non è bastato un vertice tra i senatori a convincere al passo indietro Minzolini e gli altri. Anche se, stimano Verdini e Romani, alla fine i voti contrari tra gli azzurri si dovrebbero contare sulle dita di una mano. Mentre per Minzolini «siamo almeno in 24». Si vedrà.

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