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Il nuovo Pd oltre il Pd Bettini e il nodo-alleanze

Non è una corrente - «io le ho sempre combattute» - né un partito. Campo Democratico è il tentativo di stabilizzare, con il risultato ottenuto alle ultime elezioni europee, anche la vocazione...

Non è una corrente - «io le ho sempre combattute» - né un partito. Campo Democratico è il tentativo di stabilizzare, con il risultato ottenuto alle ultime elezioni europee, anche la vocazione maggioritaria del Pd, andando però oltre al Pd. Goffredo Bettini, ex parlamentare Ds, padre del Modello Roma, primo coordinatore Dem e appena eletto eurodeputato, tiene a battesimo Campo Democratico, celebrando la prima assemblea al Tempio di Adriano e tracciando il perimetro d’azione di un «soggetto politico», che combatte le correnti perché mira ad aggregare chi guarda al Pd cercando il dialogo con soggetti come Sel e Scelta Civica. Non è un caso che in piazza di Pietra siano presenti - e prendano la parola, «abbiano rotto gli indugi» - Gennaro Migliore - che di Sel è stato capogruppo e ora ne è uscito (come del resto la collega Ileana Piazzoni, presente anche lei in sala) «per stare lì dove questo cambiamento si può produrre e Bettini ha inciso nella mia scelta» - il deputato Sc Andrea Romano, il parlamentare Api Franco Bruno che invita a perimetrare le alleanze. Proprio a Romano si rivolge Bettini, quando ricorda che «Andrea ha fatto sapere di non avere alcun problema a ritrovarsi nello stesso partito di Migliore». È la filosofia di Campo Democratico, con Romano che conferma di guardare ormai al Pd che ha assorbito alle europee i voti di Sc, perché «ne ha assorbito le idee» e lui, «da liberale di sinistra», apre al dialogo. Ma in sala ci sono anche il presidente del Pd Matteo Orfini, i deputati Roberto Morassut, Ileana Argentin, Marco Di Stefano, Marietta Tidei, il senatore Bruno Astorre, il segretario romano Lionello Cosentino e tantissimi dirigenti locali Dem. Gente che viene da esperienze diverse all’interno del Pd. Le conclusioni sono affidate a Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari Europei, che assiste al dibattito e manifesta il suo interesse con un tweet: una fotografia della sala stracolma. Il rapporto con Matteo Renzi non pare dover essere dialettico. Nella sua relazione, Bettini spiega che il premier-segretario è stato ampiamente banalizzato, sia da chi lo sostiene che da chi lo critica. «Si è parlato di un successo di immagine, di comunicazione, di un pifferaio magico». La cosa che ha più colpito Bettini è la «sobrietà nella gestione della vittoria» conquistata «dopo anni di mortagora e nascondimento della politica», perché sono tornati in campo «coraggio e responsabilità». Con il voto è «avvenuto un miracolo» che si regge tuttavia «sulla necessità di un rilancio continuo della tensione all’innovazione, che non può venire meno neppure per un attimo, pena lo spezzarsi di quel nuovo filo di fiducia e di dialogo che il Pd e Renzi hanno ristabilito con i cittadini». Il 40,8% raggiunto alle europee è per Bettini un risultato «potenzialmente storico», perché «la crisi di rappresentanza del Paese rimane sostanzialmente intatta, anche dopo il voto. Ancora quasi il 50% dell’elettorato non vota, l’azione di Renzi appare straordinariamente volontaristica». Per questo Bettini invita a prendere di petto «il tema centrale del soggetto politico, del partito», partendo dalla premessa che il Pd «in quanto partito non c’è». L’invito a Renzi è di sfuggire da un lato alla «opzione personalista, populista, di un uomo solitario al comando che riproporrebbe la povertà, le semplificazioni e, nel caso di Berlusconi, la degenerazione che per lungo tempo hanno afflitto la Repubblica». E dall’altro di non cedere a «un vecchio assetto oligarchico e correntizio ammantato da ideologismi stanchi e strumentali. La parola riformismo oggi dà il nome a una corrente spuria che unisce le cose più diverse e persino contraddittorie». Cosa serve quindi? «Il Pd - spiega Bettini - non è privo di energie di dirigenti locali e nazionali di valore e di una nuova generazione, ma non c’è il Pd in quanto partito, utile, riconoscibile e propulsivo nella vita reale del Paese. Si tratta di capire se Renzi avrà la possibilità e la volontà di aggredire questo nodo storico non sciolto» per «strutturare nella società l’azione di cambiamento, le alleanze, il consenso partecipato». Il Pd deve diventare allora «un soggetto politico che abbia mano leggera e pervasiva nell’approntare la sua rete organizzativa, nel tenere i fili della sua struttura, ma ad altissima intensità di produzione di idee, confronto, luoghi di una decisione diffusa». Per Bettini «tutto ciò è complementare e indispensabile a Renzi. La decisione non deve essere solitaria, ma mobilitante e strutturante rispetto ad una società oggi estranea, diffidente e ostile». Di qui la necessità di un Campo Democratico per «fare un passo avanti, definire i contorni di un’area politica e di pensiero, con il suo profilo, i suoi confini, le sue adesioni, una casa politica che si articola nelle diverse regioni per diverse esperienze interne ed esterne al Pd che si legano tra loro in modo orizzontale mantenendo la propria autonomia organizzativa e di radicamento nel territorio».

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