Politica

Caccia ai rapitori di Moro Interi quartieri perquisiti

Ieri alle 9,15 un «commando» di dodici terroristi ha sequestrato il presidente della DC

Aldo Moro e la sua scorta sono caduti nell’imboscata sofistica e feroce delle Brigate rosse ieri mattina, qualche minuto dopo le nove. All’angolo tra via Mario Fani e via Stesa, nei quartieri collinari a nord-ovest di Roma, lo aspettavano dodici brigatisti, undici uomini e una ragazza. I cinque uomini di scorta al presidente della DC sono stati liquidati da tre serie successive di raffiche di mitra. In pochi secondi, in due auto crivellate di colpi e sull’asfalto, c’erano i corpi dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e dei poliziotti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera; il vice brigadiere di PS Francesco Zizzi, portato in fin di vita al Policlinico Gemelli, è morto tre ore dopo. Subito dopo l’atroce pioggia di proiettili, Aldo Moro, rimasto quasi certamente incolume, è stato abbrancato da quattro brigatisti e portato via con un’auto scura, probabilmente una «128». Meno di un’ora dopo le Brigate rosse hanno rivendicato l’azione con una telefonata alla sede ANSA di Roma: «Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della DC Aldo Moro ed eliminato la sua guardia del corpo, "teste di cuoio" di Cossiga. Seguirà un comunicato. Firmato Brigate rosse». Una seconda telefonata dallo stesso contenuto in cui Moro viene definito «servo dello Stato» è arrivata all’ANSA di Torino. Nessuno dei messaggi accennava a richieste di «riscatto», che saranno presumibilmente affidate al comunicato promesso. Ecco le sequenze della azione. Verso le otto e mezzo, come ogni mattina, Aldo Moro esce di casa, in via del Forte Trionfale2. Al portone lo aspetta una «130» blu (Roma L59812) guidata dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, quarantaquattro anni, di Staffolo nell’Anconetano. Accanto all’appuntato siede il «fedelissimo» del presidente democristiano, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, 52 anni, di Ceres in provincia di Torino. Moro prende posto sul sedile dietro a sinistra, secondo un’abitudine consolidata negli anni. Attorno a lui gli oggetti abituali di ogni trasferimento da casa al centro: una «mazzetta» di una cinquantina di giornali sul sedile di destra, che Moro comincia a sfogliare; una valigetta ventiquattr’ore e una borsa di cuoio sul pavimento, sempre a destra; un soprabito grigio e un impermeabile sul piano del lunotto, accanto a due cappelli, uno invernale ed uno estivo. Dietro alla «130» si avvia «l’Alfetta» di scorta della polizia (Roma S93393). Al volante c’è la guardia Raffaele Iozzino, 25 anni, napoletano di Casola; al suo fianco il capo equipaggio, il vice brigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, di Brindisi; dietro siede l’altra guardia, Giulio Rivera, 24 anni, molisano di Guglionesi. Le due auto in corteo partono verso via Trionfale, girano a sinistra verso il centro ma dopo poche centinaia di metri sono già ferme, in piazza di Monte Gaudio. E’ una sosta abituale: Moro scende dalla «130» e infila il portone della chiesa di San Francesco a Monte Mario. E’ la chiesa parrocchiale e il presidente della DC è puntuale ogni mattina alla Messa e alla comunione. Alle 9, quando la Messa finisce, Moro riprende posto sulla «130». Le due auto scattano verso il centro ma, anzichè proseguire lungo via Trionfale, secondo il percorso più diretto, svoltano a sinistra in via Mario Fani, una strada in leggera discesa che porta a via Stresa e di lì alla Camilluccia, altra grossa arteria da cui è raggiungibile il centro. Si tratta di uno dei cinque o sei itinerari alternativi che Moro e la scorta cambiano giorno dopo giorno senza un preciso criterio di rotazione per rendere più ardui attentati e agguati di terroristi. E qui si inserisce una domanda, forse cruciale per l’indagine: i brigatisti sapevano con certezza che il piccolo corteo di Moro avrebbe scelto via Mario Fani, oppure hanno giocato d’azzardo? C’è un particolare di straordinario interesse che sembra avallare la prima tesi. Eccolo: ogni giorno, di buon mattino, all’angolo tra via Fani e via Stresa, proprio nel punto in cui tra qualche momento i killers del commando BR scaricheranno i mitra addosso alle due auto, un fioraio ambulante, Antonio Spiriticchio, posteggia il suo furgone «Ford Transit» pieno di tulipani e mimose. Ieri mattina lo Spiriticchio, che abita con la moglie portiera in via Angelo Brunetti 42, ha trovato il suo «Ford» con le gomme squarciate e ha dovuto rinunciare alla giornata di lavoro. Torniamo ai «fotogrammi» della vicenda che adesso vanno girati al rallentatore, così da poter ricomporre con la maggior precisione possibile gli istanti del minuto di fuoco e di morte che ha sconvolto questo angolo di Roma in una mattinata di quasi primavera. L’auto di Moro e quella della scorta sfilano a velocità sostenuta lungo le palazzine eleganti e gli alberi in fiore di via Mario Fani. Davanti scende una «128 familiare» bianca (è targata CD 19707) con un uomo a bordo. Il sedile posteriore è ribaltato, così da allargare il piano carico. La «128» tallonata dalla «130» e dall’«Alfetta» si avvicina veloce allo stop sull’incrocio tra via Fani e via Stresa; poi «inchioda» repentinamente. E siamo già in piena imboscata. Un inferno Domenico Ricci, l’autista della «130» di Moro, è svelto a scansare l’ostacolo che d’improvviso gli chiude la strada: sterza lievemente a destra e frena, così che l’auto blu si arresta un po’ obliquamente col muso a pochi centimetri dalla coda della «128». Alle spalle l’«Alfetta» non è così pronta e tampona leggermente la «130». C’è un attimo di incertezza e la sorpresa ha ragione sulla prontezza di riflessi. Attorno si scatena l’inferno. A fianco delle tre auto, incolonnate allo stop, sorgono quattro brigatisti vestiti con divise approssimativamente da aviatore civile: azzurre con berretti gallonati. I testimoni racconteranno di averli notati già da un po’, fermi sui marciapiedi di fronte al bar Olivetti, che è chiuso da qualche mese. Sparano in tre, con i mitra (da terra verranno raccolti ottanta bossoli calibro nove), e le serie di raffiche sono tre, in successione serrata. Il fuoco è preciso e annientante. Le due auto, a cose fatte, sono crivellate di fori e tutti i finestrini laterali sono in frantumi, tranne quello posteriore sinistro della «130», giusto in corrispondenza della testa di Moro che siede, come sempre, un po’ accasciato. Domenico Ricci e Oreste Leonardi si accasciano uno contro l’altro: il primo ha tre fori di proiettile solo sulla guancia sinistra. Nella seconda auto Giulio Rivera muore al volante, mentre Francesco Zizzi al suo fianco assorbe una raffica che gli lede polmoni e diaframma, gli spappola fegato e reni. Morirà tre ore dopo all’ospedale, al termine di un inutile interventochirurgico. L’unico che può tentare di reagire è «il ragazzino» del gruppo, Raffaele Iozzino, che è sul sedile posteriore. Balza dall’«Alfetta», estrae la pistola e spara tre colpi cercando di coprirsi dietro la vettura. Uno dei brigatisti fa qualche passo indietro e gli fa piovere addosso un’ennesima raffica. Anche Iozzino muore, colpito alla testa, e la pistola gli cade di mano. (...) A pochi metri di distanza, mentre torna il silenzio e il sangue di Giulio Rivera comincia ad allungarsi sull’asfalto, i quattro brigatisti in divisa azzurra si avventano sulla «130» e afferrano Aldo Moro, due per le gambe e due per le braccia. (...)

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