L’on: Andreotti ha dato esecuzione con prontezza al mandato che la direzione del suo partito gli aveva, all’unanimità, conferito martedì scorso. Ha sciolto la riserva con cui aveva accettato l’incarico del Capo dello stato e nella stessa giornata è tornato al Quirinale con la lista dei suoi ministri. Il nuovo governo non contiene tutte le novità che si erano preannunciate: la contrazione del numero degli incarichi è stata meno vistosa del previsto; l’avvicendamento dei ministri già in carica è stato meno largo di quanto si attendeva; c’è un solo tecnico, che non fosse anche un politico e un parlamentare, ed è il dott. Orsola, che certo alla testa del Ministero del Commercio estero potrà dare alla politica governativa il contributo della grande esperienza acquisita alla Banca d’Italia come sommo esperto di problemi valutari; e a parlare con franchezza non ci pare neppure che, nella scelta degli uomini e nella distribuzione degli incarichi, si sia abbandonato del tutto l’antico metodo del dosaggio delle correnti, giustamente condannato. È stata invece tenuta ferma l’esclusione degli ex presidenti del Consiglio, Moro, Rumor, Colombo; e questo rappresenta una concessione che dovrebbe essere apprezzata dai fautori del rinnovamento, non meno che la promozione di un certo numero di sottosegretari, tra i quali è da sperare che emergano personalità di primo piano. Il moto si dimostra camminando; e la capacita dell’uomo di governo si dimostra governando. Comunque da mercoledì 4 agosto il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi sul programma esposto nella sua formulazione definitiva e completa (il testo già divulgato non era che un primo abbozzo, appunto anzi «idee per un programma», come aveva precisato l’autore); e ad esprimere un primo giudizio sugli uomini chiamati a tradurlo nei fatti della azione legislativa e in quella amministrativa di ogni giorno. Se dovessimo giudicare dai primi commenti degli uornini e dei partiti, che tra pochi giorni avranno nelle mani il destino del monocolore andreottiano, non potremmo negare che gli auspici sono assai poco incoraggianti. È chiara infatti la tendenza a valutare il nuovo governo non sul metro della sua presumibile capacita di operare nell’interesse della collettività nazionale, lasciandogli lo spazio e il respiro necessari per conseguire i suoi obiettivi programmatici, ma sulla sua predisposizione a facilitare coi fatti combinazioni più o meno storiche (e che tali restano anche se presentate come provvisorie, dietro il comodo paravento dell’emergenza), alle quali la DC ha preso solenne impegno con quattordici milioni di elettori di negare ogni collaborazione. Questo significa che il governo si avvia per una strada seminata di rischi e di insidie, da cui dovrà guardarsi. Ed e qui che si parrà l’abilita e l’onestà di Andreotti e dei suoi collaboratori. Se è vero, come è vero, che siamo in una situazione di emergenza, è questo il governo di emergenza costruito per affrontare l’emergenza con un programma di emergenza; ed è proprio l’emergenza che impone a tutti i partiti di aiutarlo nello sforzo a cui volonterosamente si accinge, per esercitare il diritto-dovere imposto alla DC dall’elettorato. Non è quindi un male, è un bene desiderabile che attorno al governo e al suo programma si formi il più largo consenso possibile, anche se manifestato con la formula italbizantina di un’astensione generale. L’essenziale è però che il consenso sia dato nell’interesse del Paese e senza altre condizioni che non attengano a questo obiettivo interesse; e come tale dalla DC venga accettato senza accordi più o meno sottobanco che possano alterare di fatto il quadro politico, e compromettere le sorti delle istituzioni democratiche. I NUOVI MINISTRI Ecco la lista del terzo Ministero Andreotti, che è il trentatreesimo dall’avvento della Repubblica: Presidente del Consiglio: on. Giulio Andreotti. Ministro senza portafoglio per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno: on. Ciriaco De Mita. Esteri: on. Arnaldo Forlani. Interni: on. Francesco Cossiga. Giustizia: sen. Francesco Paolo Bonifacio. Bilancio e Regioni: sen. Tommaso Morlino. Finanze: on. Filippo Pandolfi. Tesoro: sen. Gaetano Stammati. Difesa: on. Vito Lattanzio. Pubblica Istruzione: on. F. Maria Malfatti. Lavori Pubblici: on. Antonino Gullotti. Agricoltura e Foreste: sen. Giovanni Marcora. Trasporti: on. Attilio Ruffini. Poste: on. Vittorino Colombo. Industria: on. Carlo Donat Cattin. Lavoro: on. Tina Anselmi. Commercio Estero: dr. Rinaldo Ossola. Marina Mercantile: senatore Francesco Fabbri. Partecipazioni Statali: on. Antonio Bisaglia. Sanità: sen. Luciano Dal Falco. Turismo e Spettacolo: on. Dario Antoniozzi. Beni Culturali: sen. Mario Pedini. AFFIDATI A UNA DONNA I PROBLEMI DEL LAVORO Ha colto, un po’ tutti, di sorpresa: una donna, Ministro, in Italia, è un fatto senza precedenti. L’on. Tina Anselmi ha rotto una tradizione, o forse ha aperto per prima una nuova strada. Anche in Europa ci sono scarsi riferimenti: ministro del Lavoro - ma in Gran Bretagna si chiama Ministro per i problemi sociali - è stata una donna, anche là per la prima volta, nel governo di Wilson. Sì chiama Barbara Castle; fu allontanata quando pretese di abolire i posti letto a pagamento negli ospedali. Da noi, verosimilmente, la situazione è diversa: una donna Ministro suscita per prima cosa curiosità. E la sorpresa s’è potuta riscontrare negli stessi ambienti politici, ieri sera appena, appresa la scelta del Presidente Andreotti. Soprattutto negli ambienti del sindacato, tra quegli stessi dirigenti della CGIL-CISL-UIL che da oggi sono i principali interlocutori del Ministro. Negli ultimi dieci anni ci ha detto un portavoce della UIL, vicino a Raffaele Vanni, i ministri del Lavoro provenivano sempre da precedenti esperienze sindacali: Brodolini, Viglianesi, Bertoldi, Donat Cattin, Coppo e Toros. Tina Anselmi invece viene dalla «politica» attraverso esperienze di partito. Anche se negli ultimi anni è stata sottosegretario al Lavoro. La sua biografia «ufficiale» la presenta come giovanissima partigiana nel 1944, quando aveva poco più di sedici anni (è nata a Castelfranco Veneto nel ’27). Luciano Lama - ricordo una volta rievocando durante una intervista il suo passato di «ragazzo-partigiano» cito proprio Tina Anselmi. Era una ragazzina piena di cuore e di coraggio: faceva la staffetta-portaordini nella brigata «Cesare Battisti» in collegamento tra il Veneto e la bassa padana». Nella Democrazia Cristiana, Tina Anselmi, diventata frattanto insegnante e laureata in lettere, si è occupata dei problemi delle giovani e dopo avere guidato il movimento giovanile delle ragazze DC tra il 1958 e il 1964 è entrata in Consiglio nazionale e di qui in Parlamento, nel 1968. È nubile, vive sola a Roma; il sabato se gli impegni glielo consentono corre a casa sua, dai fratelli e dalle sorelle, nella «vecchia casa» di Castelfranco.
Varato il monocolore del Presidente Andreotti
Per la prima volta nella storia d’Italia una donna sarà alla guida di un Ministero
