Politica

I cattolici e la sfida delle riforme

Costalli: «L’idea di Renzi dell’uomo solo al comando non ci piace Ad ottobre una nuova Camaldoli per tornare a parlare di contenuti»

I cattolici non ci stanno, la storia, loro, l’hanno sempre vissuta da protagonisti e l’idea di stare alla finestra in questo tempo, così foriero di cambiamenti, non gli va proprio giù. Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori, ha sempre pensato che starsene in disparte sia una follia e, ormai da mesi, si danna per riaccendere, nell’associazionismo di matrice cristiana, una nuova luce sotto il segno dell’unità: «I primi di ottobre daremo vita, proprio nella Capitale, ad un momento di confronto nel quale le nostre associazioni decideranno come proseguire il loro cammino». Lei è un fiorentino come Renzi, eppure la sua considerazione nei confronti del premier non è delle migliori. «Se devo essere onesto, ho sempre difeso e apprezzato il processo propulsivo che ha avviato Renzi e devo ammettere che ho trovato interessante il suo approccio ai palazzi del potere, ma…». C’è sempre un ma. «Trovo inaccettabile che lui vada dritto per la sua strada e consideri, chi non la pensi come lui, alla stregua di un dinosauro che ha solo l’interesse di frenare le riforme. Anche noi vogliamo cambiare il Paese, ma non è detto che lo vogliamo fare allo stesso modo di Renzi e devo dire che trovo altrettanto errato non avviare un processo di confronto vero, con quelle organizzazioni intermedie che sono da anni al fianco di migliaia di famiglie». Insomma, non le piace? «Quando si entra nel merito delle riforme, Renzi le prende come un affronto personale. E poi, come possiamo far passare l’idea che l’uomo solo al comando sia un segno di miglioramento per il Paese? Del resto siamo cattolici e amiamo profondamente l’idea di comunità e di democrazia. Per non parlare poi delle riforme. La formula annunciata da Renzi a gennaio: "una riforma ogni 30 giorni" è un progetto ambizioso ma irrealizzabile. Nella proposta di riforma c’è il vuoto della rappresentanza sociale, una costante dell'era renziana». Però gli italiani alle ultime europee hanno legittimato il suo lavoro. «Ha certmente vinto, ma ha preso il 40 per cento, e rappresenta il 40 per cento degli italiani andati a votare. L’altro 60 per cento non è che non conta niente!». Insomma, è guerra? «Non scherziamo, ma…» Ci risiamo. «Lo so, ma a noi non piace un Presidente del Consiglio che non ha mai detto niente sui temi dell’area mediterranea, che non prende una posizione sull’immigrazione, di cui parlano solo Alfano, la Lega e il Papa». Ed è iniziato anche il semestre europeo. «Appunto, io capisco che sia importante riflettere su quanto siamo amici o no della Russia, ma noi restiamo la porta sul Mediterraneo e il nostro ruolo parte da questa visione». La partita sul rigore sembra più importante in questo momento? «Anche lì farei attenzione a scegliere alla leggera, stile roulet russa, tra sviluppisti e rigoristi. Del resto siamo sicuri che sia proprio un folle chi afferma che i debiti non creano futuro, ma lo distruggono. È chiaro che Renzi si gioca tutto o quasi in Europa, ma per adesso solo (poche) promesse. Lo abbiamo visto molto impegnato a portare a casa un riconoscimento formale come quello dell’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri per la sua neoministra degli esteri, Federica Mogherini, che non ha certo brillato (se non per la sua assenza) su tutti gli scenari mediterranei di questi mesi. Noi dell’MCL siamo contenti per l’indicazione di Juncker a Presidente della Commissione: era il candidato del Ppe e il Ppe è il primo partito ad aver rispettato il risultato del voto dei cittadini europei: è un primo passo in avanti verso una maggiore partecipazione popolare alle scelte». Tornando alle questioni nostrane, il Centro destra è davvero a pezzi. «Sono d’accordo e non ho una proposta alternativa: è necessaria una grande traversata nel deserto che non può essere la riunificazione di quatto cocci rotti, bisogna mettere in campo un percorso di contenuti, per questo ci incontriamo ad ottobre a Roma». Insomma, secondo lei cosa ci riserva il futuro? «La condizione per una fisiologia democratica è che alle prossime elezioni politiche concorrano due forze a "vocazione maggioritaria". Una è già in campo, il PD socialdemocratico a trazione Renzi. Ha anche restaurato la Festa dell’Unità rottamata dai precedenti segretari. Ne nascerà un’altra, non populista, magari nella tradizione popolare europea? È presto per dirlo, considerate le macerie lasciate dal centrodestra, ma non è mai troppo tardi per aprire un cantiere politico fondato su programmi chiari: piattaforme condivise e non su personalismi, leaderismi, organigrammi».

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