Politica

La Chiesa non può più tacere

di Pietro Santoro, vescovo di Avezzano

Le parole del Papa hanno concluso un lungo itinerario. Un itinerario sul rapporto Chiesa mafia. E l’hanno chiuso con parole chiare e determinate, che hanno l’eco lontano delle parole di Giovanni Paolo II ma che, allo stesso tempo, vanno oltre. La scomunica è un giudizio. La Chiesa che assume il giudizio di Dio su una storia di peccato, di delitti e di oppressioni. Su una storia che vede l’idolo del denaro e della disintegrazione della persona umana come fondamento della logica mafiosa. Le parole del Papa, ovviamente, indicano non soltanto una visione e un orizzonte ma indicano in maniera molto chiara che non può esserci alcuna convivenza né di pensiero né di fatti con la logica della mafia. Il mafioso sa, è consapevole, a questo punto, di non poter più trovare giustificazioni o coperture attraverso le proprie disinvolture religiose. Chiaramente la scomunica nella misura in cui tocca il cuore del mafioso lo induce a un giudizio su se stesso di fronte a Dio e quindi a operare una scelta di conseguenza. O interrompe anche a livello sacramentale il proprio rapporto con la logica di peccato o altrimenti si ritrova al di fuori della grazia e quindi non solo del rapporto con Dio ma anche nel rapporto con la Chiesa. Le parole cariche di profezia e di indignazione del Pontefice ancora una volta testimoniano come il Magistero di Papa Francesco incida nella carne viva della storia e quindi tocca l’umano e le ferite dell’umano che la Chiesa è chiamata a toccare e nello stesso tempo a ribaltare nella logica del Vangelo.

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