Bologna, 4 agosto - «L’ho visto! L’ho visto! Il vagone si è gonfiato, si è gonfiato all’uscita della galleria, poi le fiamme», l’appuntato Carlo Burla della Polfer, in servizio alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, ripete con voce spezzata le stesse parole. È in grave stato di choc. Continua a vedersi davanti agli occhi il vagone in fiamme, nel quale hanno perso la vita dodici persone orrendamente maciullate dall’esplosione e carbonizzate dalle fiamme che subito dopo si sono sviluppate. Quarantotto sono rimasti feriti, due dei quali, un ragazzo e una ragazza, versano in condizioni molto gravi. Ai dodici cadaveri, raccolti pietosamente e trasportati all’obitorio di Bologna, è fino ad ora impossibile dare un nome, anche se si è quasi certi che fra essi si trovano tre componenti della stessa famiglia, padre, madre e un figlioletto di pochi anni, mentre il fratello maggiore, di appena dieci anni, si è salvato. Al momento soltanto tre delle dodici vittime hanno un nome. Si tratta dei componenti di una famiglia di cinque persone, due dei quali sono rimasti feriti e si trovano ricoverati all’ospedale di Bologna. Le vittime sono Nunzio Russo di 48 anni, ferroviere di Merano, sua moglie Maria Carraro di 46 anni e suo figlio Marco di 14 anni. I due feriti sono i fratelli di Marco, Mauro di 13 anni e Marisa di 20, maestra. Il bambino ha riportato ferite guaribili in un mese; la ragazza versa in pericolo di vita e con la quasi certezza di perdere la vista. Marco Russo, era affetto da una grave forma di leucemia, una malattia che gli avrebbe concesso - dicono i medici - ancora pochi mesi di vita. I genitori lo sapevano. Si erano rassegnati a perdere il ragazzo, ma per lui erano disposti a qualsiasi sacrificio finanziario, sebbene lo stipendio di ferroviere di Nunzio Russo - tornitore al deposito locomotive di Bolzano - non consentisse spese eccezionali. Grazie ai biglietti di favore delle ferrovie statali, la famiglia Russo trascorreva ogni mese un week-end in una grande città. «Voglio che mio figlio conosca il mondo prima di morire» diceva agli amici Nunzio Russo. E invece un tragico destino ha colpito prima del tempo non solo il povero Marco, ma anche i suoi genitori. Composto da diciassette vagoni e da un’elettromotrice, il convoglio si era mosso da Roma Tiburtina alle 20,35; era transitato per Chiusi alle 22,19, con una breve sosta; quindi era giunto a Firenze alle 24 con ventitrè minuti di ritardo. Era ripartito dieci minuti dopo la mezzanotte e avrebbe dovuto raggiungere Bologna alle ore 1,34. Qui sarebbe stato smembrato e i vagoni avrebbero preso tre diverse direzioni: Brennero-Monaco, San Candido-Vienna, Calalzo-Cortina. Ma al ritardo accumulatosi fra Roma e Firenze vanno aggiunti altri nove minuti persi tra Firenze e San Benedetto Val di Sambro e le fatali ore 1,20 hanno sorpreso il convoglio proprio allo sbocco di una delle più lunghe gallerie d’Europa, anziché al suo ingresso nella stazione di Bologna, l’esplosione che ha squassato il quinto vagone dell’«Italicus» si è verificata esattamente alle 1,30 mentre il convoglio stava per sboccare dalla grande galleria nella stretta gola dove scorre il fiume Setta. C’è stata un’eruzione verso l’alto, quasi al centro della vettura, un vagone tedesco con tre scompartimenti di prima classe e tre di seconda, a cinquanta metri dalla fine della galleria. La volta appare sbrecciata, armerita, mentre tutt’intorno sono stati proiettati frammenti di vetro, pezzi di lamiera, schegge di legno staccatesi dai pannelli dei vagoni. Sono stati tranciati i cavi di comando degli scambi, la rete elettrica è caduta, e al primo scoppio è seguito il secco schiocco dei cavi ad alta tensione mentre lingue azzurre delle scariche elettriche appiccavano il fuoco anche laddove esso non era ancora giunto. Però nella galleria le luci non si sono spente e mentre le fiamme avviluppavano la carrozza passeggeri, il convoglio ha proseguito per l’abbrivio, nonostante fosse stata azionata la «rapida», ed è andato a fermarsi sulla grande curva che precede l’ingresso in stazione, inclinato sulla sinistra a causa della massicciata rialzata senza tuttavia uscire dai binari. I passeggeri, storditi dall’esplosione, sballottati dai movimenti del treno - «sembrava procedere a singhiozzo dirà qualcuno» -, feriti da frammenti di vetro e schegge di legno, in preda al panico, hanno cercato a tutti i costi una via di scampo. Molti sono saltati dai finestrini e si sono trovati a rotolare rovinosamente nella scarpata che dalla ferrovia giunge fino al fiume. Intanto le persone ferite,intrappolate negli scompartimenti del vagone maledetto, trasformato in vero e proprio forno crematorio,trovavano una fine orrenda senza che nessuno potesse porgere loro il sia pur piccolo soccorso. L’allarme è scattato immediatamente, non appena il personale delle ferrovie si è reso conto dell’accaduto. Da Bologna a Firenze, da ogni centro vicino, sono partiti, in forza i vigili del fuoco, le ambulanze della Croce Rossa, reparti della polizia e dei carabinieri. Quando sono giunti sul posto la stazione era rischiarata a giorno dall’immane torcia in cui si era trasformato il vagone. Poco dopo alla stazione ferroviaria di S. Benedetto Val di Sambro giungevano il procuratore capo della Repubblica di Bologna, Giacchini, il col. Agrimi dei Carabinieri, il prefetto Padalino, il questore Lettieri, il capo della squadra mobile di Bologna, Mattioli, il dottor Renato Servidio, dirigente della Polfer, i funzionari Belardino e Ioele degli uffici antiterrorismo dell’Emilia-Romagna e della Toscana. Le indagini prendavano immediatamente avvio, cominciando col ricercare tutto quanto poteva essere utile a dare ad esse un immediato indirizzo. Facendo passo passo a ritroso il percorso del treno, gli investigatori si imbattevano in uno spettacolo allucinante: asciugamani, abiti, valige erano sparsi lungo la massicciata. Tra due traversine, staccata di netto, la manina di un bimbo, forse il figlioletto dei due coniugi che hanno trovato la morte con lui. Mentre la «Scientifica» cominciava i primi rilievi, il col. Spampinato, della Direzione di Artiglieria, procedeva ad un primo esame con tecnici civili, nella speranza di stabilire in breve tempo tipo e quantità di esplosivo impiegato, visto che ormai l’ipotesi, ventilata appena all’inizio, dell’esplosione di una bombola di gas da campeggio era caduta. Secondo una versione dell’ultima ora gli investigatori ritengono che l’ordigno potrebbe essere stato posto sotto uno dei sedili in prossimità dello squarcio sul pavimento. Inoltre sarebbe stato trovato il vetro di una sveglia di fabbricazione sovietica i cui frammenti sono attentamente valutati dagli inquirenti. Poco dopo le 5, la luce livida dell’alba si è stesa sul vagone ancora fumante, sul treno immobile, sulla folla dei passeggeri (oltre trecento persone), rimasti incolumi ammassati sui marciapiedi, sotto le pensiline, negli angusti locali della piccola stazione, nell’ufficetto della Polfer, nel piccolo bar. Sul marciapiedi si allineavano le salme, coperte da bianchi lenzuoli, che di tanto in tanto la mano del medico legale sollevava per l’ultimo sguardo ai miseri resti. Delle dodici salme, solo due o tre sono in condizioni di essere identificate con una certa approssimazione; per tutte le altre si dovrà procedere sulla scorta delle ricerche di chi è rimasto improvvisamente senza parenti (...).
In pochi minuti l’Italicus è diventato una bara di fuoco
Nell’esplosione hanno perso la vita 12 persone e ne sono rimaste ferite altre quarantotto
