Non possiamo e non dobbiamo chiudere gli occhi. Dinanzi a quanto sta accadendo in questi giorni, nel profondo della coscienza riemergono quelle tre forti domande che Papa Francesco pose con una sconvolgente mitezza a Lampedusa. «Adamo dove sei?». «Dov'è tuo fratello». «Chi di noi ha pianto per quanto è accaduto?». Quanto accade sotto i nostri occhi, ormai quotidianamente, chiama innanzitutto l'uomo in quanto tale, a dare una risposta circa il senso della sua vita e delle proprie scelte. Sono proprio queste ad essere messe in discussione perché hanno originato disuguaglianze ed ingiustizie sempre più profonde ed inaccettabili. Quello che un modello di progresso illimitato e una economia dell'esclusine e dell'iniquità hanno prodotto, porta sempre verso la morte e quanto vediamo risulta quasi l'icona shoccante di questo dramma. La seconda domanda richiama alla responsabilità di ciascuno e nello stesso tempo indica la via d'uscita, l'unica possibile: quella della fraternità. Nessuno può chiamarsi fuori: né i singoli e tantomeno le istituzioni. Quella fraternità che, pur proclamata insieme alla libertà e all'uguaglianza, sembra essere rimasta ferma sotto i colpi della ghigliottina della rivoluzione francese. La fraternità come regola della convivenza e dell'economia. La terza domanda è sicuramente inquietante, perché se non riesco a piangere, vuol dire che ormai sono prigioniero di quella globalizzazione dell'indifferenza di cui parla Papa Francesco. Ma è proprio dalla capacità del pianto che può rinascere tutto, perché essa esprime la compassione che della misericordia è la matrice e che sola può innescare processi di trasformazione e di rinnovamento. Il sorriso sereno di quella mamma eritrea e del suo bambino (asssistiti nel progetto SPRARR della nostra Caritas), che ho incontrato nella giornata del Rifugiato celebrata a Termoli, nei giorni scorsi, sono l'icona vivente della novità che la compassione e la fraternità possono produrre. Sono come il fiore fiorito nel deserto, è vero. Dicono, però, che la vita è più forte della morte. *Vescovo Termoli-Larino
«Teniamo gli occhi aperti»
di Gianfranco De Luca