Politica

Non possiamo chiudere gli occhi

segue dalla prima paginaSono proprio queste ad essere messe in discussione perché hanno originato disuguaglianze ed ingiustizie sempre più profonde ed inaccettabili. Quello che un modello di...

segue dalla prima pagina Sono proprio queste ad essere messe in discussione perché hanno originato disuguaglianze ed ingiustizie sempre più profonde ed inaccettabili. Quello che un modello di progresso illimitato e una economia dell'esclusine e dell'iniquità hanno prodotto, porta sempre verso la morte e quanto vediamo risulta quasi l'icona shoccante di questo dramma. La seconda domanda richiama alla responsabilità di ciascuno e nello stesso tempo indica la via d'uscita, l'unica possibile: quella della fraternità. Nessuno può chiamarsi fuori: né i singoli e tantomeno le istituzioni. Quella fraternità che, pur proclamata insieme alla libertà e all'uguaglianza, sembra essere rimasta ferma sotto i colpi della ghigliottina della rivoluzione francese. La fraternità come regola della convivenza e dell'economia. La terza domanda è sicuramente inquietante, perché se non riesco a piangere, vuol dire che ormai sono prigioniero di quella globalizzazione dell'indifferenza di cui parla Papa Francesco. Ma è proprio dalla capacità del pianto che può rinascere tutto, perché essa esprime la compassione che della misericordia è la matrice e che sola può innescare processi di trasformazione e di rinnovamento. Il sorriso sereno di quella mamma eritrea e del suo bambino (asssistiti nel progetto SPRARR della nostra Caritas), che ho incontrato nella giornata del Rifugiato celebrata a Termoli, nei giorni scorsi, sono l'icona vivente della novità che la compassione e la fraternità possono produrre. Sono come il fiore fiorito nel deserto, è vero. Dicono, però, che la vita è più forte della morte.

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