Milano, 17 maggio - Tre revolverate, un grido soffocato, un rantolo, e Milano è di nuovo sotto choc, attanagliata dal terrore. Una macchia di sangue raggrumato, sulla quale una mano pietosa ha deposto un mazzo di violette, era stampata tra una 500 blu e una Kadett bianca parcheggiate sul marciapiedi di sinistra di via Cherubini, nella zona di Porta magenta, un quartiere piccolo borghese dove la gente si alza presto per andare in ufficio. Qui è caduto, in ginocchio, raggiunto prima da due pistolettate alla schiena e poi da un colpo alla nuca esploso con la tecnica dei guerriglieri, il Commissario Capo di PS Luigi Calabresi, in servizio all’ufficio politico della Questura . L’hanno assassinato dopo averlo martirizzato. «Era intelligente ed era buono», ha detto il questore di Milano, Allitto, dinanzi al suo cadavere ancora caldo; e tale lo ricordavano coloro che avevano avuto occasione di anche fuggevoli contatti con lui, in ogni città dove aveva soggiornato, compresa la sua Roma. Apparteneva alla schiera di quegli eroici servitori dello Stato, che con modeste retribuzioni, senza mai nulla chiedere, senza agitarsi, senza scioperare, senza limiti di orario, in totale dedizione, difendono la collettività nazionale, vale a dire la generalità dei cittadini, delle famiglie italiane, contro la delinquenza comune e contro la delinquenza politica, oggi più che mai audaci, spavalde, feroci. Compito gravoso, che richiede un’alta coscienza del dovere in un Paese in cui le simpatie di tanta, di troppa gente sono tutte per i delinquenti, comuni o politici, e coloro che ce ne difendono raccolgono solo schemi, insulti e diffamazioni, comandati a subire tutto con infinita pazienza, anche la violenza non incruenta dei guerriglieri. Anche contro di lui si era accanita, anzi, soprattutto contro di lui, si era accanita la diffamazione. Un branco di astuti sobillatori, associati ad un drappello di irresponsabili e di mitomani, aveva preteso di attribuirgli l’assassinio dell’anarchico Pinelli. Si era preteso di sapere che egli, in una stanza della Questura di Milano, si sarebbe gettato sul ferroviere, socio del circolo anarchico della Ghisolfa, durante l’interrogatorio e lo avrebbe colpito con un colpo di karate, recidendogli il bulbo spinale; dopo di che, in collaborazione coi presenti, avrebbe gettato il cadavere dalla finestra. Su quali prove, o diciamo pure su quali indizi poggiava questa drammatica versione della morte del Pinelli? Su nulla, sul vuoto. Si trattava di una di quelle «intuizioni» che i giudici tipo Stiz hanno oggi accettato come surrogatorie delle prove e degli indizi nell’istruttoria penale. Ma era un racconto che non stava in piedi, non reggeva al vaglio critico più elementare. Non si è mai capito perché, con sette persone presenti all’interrogatorio dell’anarchico, quello che gli aveva vibrato il colpo mortale dovesse essere stato proprio lui, il commissario Calabresi, e non un altro dei sette presenti. Non si è mai capito che interesse potesse avere proprio lui a vibrare il colpo di karate che tramortì un uomo in stato di arresto e sotto interrogatorio mentre si voleva farlo parlare e non farlo tacere, e contro il quale non c’era ragione alcuna di difendersi, essendo solo in mezzo a sette custodi, e quindi in condizione di non poter aggredire né nuocere alcuno. Non si è mai capito come mai sette cittadini italiani, probabilmente padri di famiglia - un commissario capo, un commissario, un capitano dei carabinieri, due sottufficiali dei carabinieri e due sottufficiali delle guardie di pubblica sicurezza - abbiano potuto trovare così facilmente l’accordo per compiere un crimine - la simulazione del volo volontario dalla finestra - al solo fine di coprire l’omicidio preterintenzionale di quello di loro che aveva commesso un errore. Eppure questa inverosimile versione della morte del Pinelli ha fatto il giro d’Italia trovando il credito che nel nostro Paese riscuote sempre qualunque favola sia messa in circolazione, purché sia assurda, tenebrosa e cretina; la Madama di Tebe del giornalismo radicale, e alcuni suoi mediocri allievi socialcomunisti ci hanno fatto sopra articoli e libercoli fortunati; ogni giorno, nell’anniversario della morte del Pinelli, sul lussuoso giornale che lo Stato democratico paga perché sia a subdolo servizio delle peggiori forze dell’opposizione di sinistra, apparivano pagine intere di necrologie, con le quali il fior fiore dell’intelligenza di sinistra sfogava i suoi torbidi livori contro la polizia, accusandola con viscido ma trasparente linguaggio dell’assassinio dell’anarchico. Da questa ossessiva campagna i tratti del commissario Calabresi - il funzionario buono e intelligente di cui ha parlato il questore di Milano - avevano finito con l’emergere come quelli di una belva umana, di un malvivente travestito da poliziotto: il simbolo di una polizia ottusa e assassina, che fa del delitto lo strumento principale del suo potere oppressivo. E quando l’interessato, esasperato da questa crocifissione crudele e sistematica, si è rivolto a un tribunale dello Stato repubblicano per aver giustizia contro uno dei suoi persecutori, da lui querelato per diffamazione con facoltà di prova, si sono trovati dei magistrati che invece di costringere i diffamatori a tirare fuori le prove in base alle quali avevano accusato,si sono offerti essi di cercarle nell’interesse del diffamatore, riaprendo una istruttoria già chiusa, e indiziando di reato il diffamato, su una, denuncia cervellotica. Ammirevoli la padronanza di nervi, la civile compostezza con cui questo funzionario esemplare ha padroneggiato il suo stato d’animo di uomo offeso e tormentato, lasciato in pasto ai suoi torturatori proprio da chi avrebbe dovuto difenderlo. Calabresi ha incassato, ha taciuto, ha continuato a svolgere i suoi difficili compiti. Ma questo non è bastato ai suoi persecutori. C’è qualcuno che ha voluto armare contro di lui la mano dell’assassino. E il povero Calabresi è caduto, vittima di quella delinquenza che aveva individuato in lui un suo nemico. Dal martirio, al colpo alla nuca: ecco la parabola di questa giovane vita oggi stroncata. Oggi dinanzi al suo cadavere c’è chi piange ipocrite lacrime di coccodrillo. «Il delitto non è nella nostra tradizione», dicono questi immondi tartufi. Non sappiamo se il colpo alla nuca sia davvero estraneo alla tradizione di questi tristi figuri. Sappiamo che è nella loro tradizione il linciaggio morale, sciacalli in forma umana, hanno preso a loro bersaglio un onesto funzionario dello Stato, e 10 hanno dipinto come un mostro di ferocia repressiva. Non c’è da meravigliarsi che, sedotta da questa violenta campagna diffamatoria, qualche testa calda, tra gli sprovveduti che seguono socialisti e comunisti, socialproletari ed estremisti di sinistra, abbia pensato di vendicare la morte di Pinelli, e liberare la società da un lurido sgherro senza cuore e senza scrupoli. Per imprese di questo genere, non ci sono difficoltà nell’Italia di Feltrinelli, degli arsenali segreti, delle celle per prigionieri, delle brigate rosse. E anche quest’Italia, compagni, vi appartiene, è opera vostra!
Il Commissario Calabresi è stato ucciso dall’odio
di Francobaldo Chiocci
