Politica

Leone giura fedeltà alla Repubblica italiana

Attesa per le dimissioni del governo Il presidente leggerà il messaggio alle Camere

Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare lealmente la Costituzione queste le parole che, secondo la formula di rito, Giovanni Leone pronuncerà oggi nell’aula di Montecitorio dinanzi alle Camere riunite (presenti anche i delegati regionali). Il Capo dello Stato leggerà quindi il suo messaggio, indirizzato non al popolo italiano, ma ai suoi rappresentanti. La consuetudine del messaggio venne instaurata da Luigi Einaudi e regolarmente rispettata da tutti i suoi successori. Si tratta indubbiamente di un atto politico, ma inteso nel senso più alto della parola, spettando al Governo, e non al Presidente della Repubblica, la responsabilità della politica nazionale, responsabilità di cui esso deve rispondere al Parlamento. Pertanto, i messaggi si sono in genere attenuti alla prima parte della Costituzione, quella che stabilisce, in 12 articoli, i «principi fondamentali» sui quali si regge lo Stato. Tuttavia ogni messaggio ha risentito, com’è naturale, della personalità del suo autore, accentuando certi principi rispetto ad altri, dando più spazio a taluni concetti rispetto ad altri; nel nostro caso, è da presumersi che il messaggio presidenziale rifletterà la formazione culturale del sen. Leone, caratterizzata dagli studi giuridici che gli hanno dato fama. Come giurista, e non come politico, Saragat lo nominò senatore a vita. Già, dal momento in cui accettò la candidatura, egli si considerò, nonostante la designazione gli fosse venuta dal suo partito, come un uomo super partes e, del resto, nella DC egli si è tenuto sempre fuori dalle lotte di corrente. È assai probabile che il filo conduttore del messaggio sia proprio questo. A conferma, si può ricordare una frase da Leone pronunciata quando Pertini e Fanfani gli portarono l’atto attestante l’avvenuta elezione. «Rivolgo - disse Leone quella mattina della vigilia di Natale - in questo momento il mio saluto a tutti gli italiani, assicurando che ogni mio pensiero ed ogni mio atto saranno esclusivamente dedicati a rendermi interprete dell’unità nazionale come la Costituzione». Ciò nonostante è l’attesa per il messaggio, negli ambienti politici, come è sempre avvenuto in circostanze analoghe: ne abbiamo accennato i motivi. Con esso, Leone esporrà le linee cui ispirerà la propria azione presidenziale; ognuno avrà il diritto di esprimere un giudizio. Ma un conto è esprimere un giudizio, e altro conto è voler collegare il messaggio con gli sviluppi della situazione politica, come sembra voler fare oggi la Direzione del PSI, che si riunirà al termine della cerimonia a Montecitorio. L’agenzia ufficiosa dei socialisti, nell’annunciare la riunione, scrive infatti che esse, dovrebbe mettere a punto «la posizione del partito... anche alla luce del discorso che Giovanni Leone farà domani mattina... Che cosa significa questo? Che Leone dovrebbe fare un «discorso» quale lo vorrebbe il PSI e che, se non lo farà, il PSI ne trarrà le conseguenze sul piano politico, un piano che, sarà bene ripeterlo, è completamente diverso da quello sul quale si deve muovere il Capo dello Stato? A questa scorretta interpretazione della figura del Presidente della Repubblica, Giovanni Leone ha già risposto, ed ha risposto, come abbiamo visto, citando proprio la Carta costituzionale: egli intende essere l’«interprete dell’unità nazionale», cioè il Presidente di tutti gli italiani, di quelli i cui rappresentanti lo hanno eletto e di quelli i cui rappresentanti non lo hanno votato. DIMISSIONI FORMALI Vedremo, comunque, le decisioni dei socialisti; anche da esse, come da quelle che prenderanno i repubblicani nel pomeriggio (e basterà, per questo, la relazione di La Malfa alla Direzione) dipenderà l’atteggiamento del Capo dello Stato: repulsa delle dimissioni del Governo, loro accettazione oppure rinvio del Governo stesso alle Camere. L’on. Colombo propende per la prima soluzione, ma sollecita, nel contempo, un chiarimento di fondo fra i partiti del centrosinistra, dopodiché prenderà le sue decisioni. Questo è il senso di una nota diramata da Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei Ministri di ieri. La nota, annunciando la convocazione del Governo nella tarda mattinata per deliberare le dimissioni imposte dalla «prassi costituzionale», così dice, infatti: «Per quanto si riferisce al quadro politico generale e ai problemi che lo caratterizzano, problemi più volte sottolineati dal Presidente del Consiglio, appare necessaria un’approfondita analisi, nelle sedi opportune, da parte delle forze politiche, e in particolare dei partiti della maggioranza di centrosinistra, dalla quale emergano precise indicazioni e scelte che saranno attentamente valutate». Questa sembra essere anche l’opinione dei socialdemocratici. Scrive infatti Umanità: «Malgrado i traumi dell’elezione presidenziale, riemergono con urgenza i problemi del Governo. I quali, per noi, non consistono tanto nella scadenza immediata o meno, nel rinvio alle Camere del Governo Colombo o nell’apertura formale della crisi, quanto in qualche cosa di essenziale, la cui soluzione può essere certamente avviata subito, ma non conclusa in un breve arco di tempo. I repubblicani sono alquanto più vaghi: «È giunto ora il momento - scrive il loro giornale, nella sede sua propria, di passare al confronto politico al quale è augurabile i socialisti non si presentino con le verbose impostazioni massimalistiche che ancora segnano le loro reazioni. Passata l’elezione presidenziale, si tratta ora di comprendere quale sia la realtà politica del Paese e di dare risposte adeguate alla sua evoluzione democratica». C’è comunque da ricordare, ancora una volta, che nel deliberato del recente congresso, il PRI considerava scontata la crisi di Governo. Dei socialisti, abbiamo già detto. C’è però da registrare una dichiarazione del ministro Giolitti che vale la pena di riportare integralmente: «Il problema della crisi di Governo non può essere posto in termini puramente formali, di rapporti di cortesia verso il nuovo Presidente della Repubblica. La crisi c’è, in termini politici, e non è rinviabile se non ricorrendo ad espedienti che aumenterebbero gli equivoci; è crisi nei rapporti tra i partiti di centrosinistra e deve essere affrontata attraverso un confronto aperto sui contenuti dell’azione del Governo e della maggioranza parlamentare, precisati nei modi e nei tempi della loro realizzazione». «Ancora una volta il PSI deve riportare il discorso sui contenuti, sui programmi, sugli impegni, e di qui far discendere le sue valutazioni in termini di schieramento e la sua scelta tra Governo e opposizione. Per quanto grave e torbida sia stata la vicenda dell’elezione presidenziale, essa non può comportare, di per sé, un capovolgimento di linea politica e di strategia: ma nemmeno si può continuare come se nulla fosse avvenuto». «Anche ai fini di una giusta, meditata e responsabile scelta congressuale - ha concluso Giolitti - è necessario acquisire, attraverso la trattativa sul programma di Governo, tutti gli elementi necessari per valutare la portata e le implicazioni dei comportamenti che si sono. manifestati nella elezione presidenziale».

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