Politica

La prima battaglia è quella per il «Made in»

L’auspicio dell’ex eurocommissario Tajani

Nel semestre di presidenza dell’Ue l’Italia può fare «molto: ci sono tre campi in cui il governo Renzi può agire: promuovere la strategia del Made in; adottare nuove regole più flessibili sui visti; e fare dell'immigrazione un tema sempre più europeo». Lo sottolinea Antonio Tajani, ex commissario Ue all’industria, in un’intervista al Sole 24 ore. «Il Parlamento europeo ha votato a favore dell’etichettatura sulla provenienza dei prodotti extra-industriali -spiega l'esponente azzurro riguardo il made in-. Sappiamo che molti Paesi non sono d’accordo, come la Germania, ma c'è ora lo spazio per cercare un compromesso nel Consiglio tra le diverse sensibilità nazionali». Sul fronte dei visti «insieme al commissario agli Affari Interni, Cecilia Malmstroem, ho presentato un testo legislativo che prevede una liberalizzazione nella concessione dei visti per entrare nello spazio Schengen. È possibile trovare un accordo con Parlamento e Consiglio prima dell'inaugurazione dell'Esposizione universale a Milano». A favore delle tesi di Tajani soprattutto nel settore dell’agroalimentari c’è da tempo la Coldiretti che ribadisce a Il Tempo che il «Made in» con l’indicazione dell’origine è una priorità soprattutto per l’alimentare nazionale. «Oltre la metà della spesa degli italiani è anonima per colpa delle contraddittoria normativa comunitaria che obbliga ad indicare la provenienza nelle etichette per la carne bovina, ma non per quella suina o per i prosciutti, per l’ortofrutta fresca, ma non per quella trasformata, per le uova ma non per i formaggi, per il miele ma non per il latte» afferma il presidente nazionale Coldiretti Roberto Moncalvo. La mancanza di una etichetta trasparente alimenta un flusso ininterrotto di prodotti agricoli che ogni giorno dall’estero attraversano le frontiere e che servono a riempire barattoli, scatole e bottiglie da vendere sul mercato come Made in Italy«. Gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all'estero, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro che sono stranieri senza indicazione in etichetta e la metà delle mozzarelle fatte con semilavorati industriale stranieri senza indicazione in etichetta. Al danno per i consumatori – continua la Coldiretti - si aggiunge la beffa perché pensando di acquistare prodotti italiani finiscono nel carrello alimenti stranieri maggiormente rischiosi dal punto di vista della sicurezza alimentare. L’ltalia che può contare su una produzione Made in Italy con livelli di sicurezza da record con un numero di prodotti agroalimentari con residui chimici oltre il limite di appena lo 0,2 per cento che sono risultati peraltro inferiori di nove volte a quelli della media europea (1,6 per cento di irregolarità) e addirittura di 32 volte a quelli extracomunitari (7,9 per cento di irregolarità), sulla base delle elaborazioni Coldiretti sulle analisi condotte dall’Efsa e del piano coordinato europeo dei controlli sui residui fitosanitari.Eppure in Europa si procede con estrema lentezza, anche per effetto della pressione delle lobby, con il Regolamento (Ue) n. 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, approvato nel novembre 2011 che, dopo 46 mesi di discussione, è entrato in vigore il 17 dicembre 2013 per l’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle carni suine, ovine, caprine e dei volatili, ma con applicazione, tuttavia, posticipata al 1 aprile 2015, mentre per le carni diverse come quella di coniglio e per il latte e formaggi tale data rappresenta solo una scadenza per la presentazione di uno studio di fattibilità.

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