(Dal nostro corrispondente) WASHINGTON, 14 aprile - Il «modulo di comando» ammarerà venerdì alle 18,13 (ora italiana) nell’Oceano Pacifico a 1.280 chilometri a Sud di Pago Pago: lo ha annunciato la NASA dopo che si era appreso della perfetta riuscita della correzione di rotta effettuata alle 21,40 (corrispondenti alle 3,40 ora italiana) dagli astronauti. Pochi minuti prima l’«Apollo 13» aveva completato la circunavigazione della faccia nascosta della Luna. Se la correzione di rotta - effettuata come quella precedente col motore a razzo del LEM - non fosse riuscita, l’«Apollo 13» avrebbe continuato il volo verso la Terra, ma sarebbe giunto con alcune ore di ritardo (alle 4,10 ora italiana) di sabato e nell’Oceano Atlantico ove non vi sono navi di recupero americane. Purtroppo una tempesta tropicale si sta dirigendo verso la zona del Pacifico ove venerdì ammarerà l’«Apollo 13». Il terzo stadio del missile vettore «Saturn» si è schiantato, come previsto, sulla superficie della Luna alle 20,09, corrispondenti alle 2,09, ora italiana. «Odyssey» è il nome della capsula di comando dell’«Apollo 13» ed in verità il viaggio dei tre astronauti nello spazio si è trasformato in una angosciosa odissea. Lovell, Haise e Swigert sono sulla via del ritorno ma ogni minuto e ogni chilo di ossigeno sono preziosi e possono decidere la vita o la morte dell’equipaggio dell’Apollo 13. La nave spaziale - formata dalla capsula «Odissea», dal modulo di comando e dal modulo lunare «Aquarius» - segue fin da ieri mattina una «traiettoria libera di ritorno» verso la Terra grazie alla riuscita accensione del motore di discesa del «LEM». Il motore era stato azionato per la prima volta alle 3,43 del mattino (corrispondenti alle 9,43 italiane) ma per più di dieci minuti è mancata una conferma della riuscita dell’operazione. Dopo un intervallo che è sembrato un’eternità, si è udita la voce del comandante Lovell che riferiva ad Houston: «Motore spento». Se il motore non avesse funzionato, gli astronauti sarebbero stati condannati a perire nello spazio, senza possibilità di soccorso alcuno. La traiettoria che essi seguivano, infatti, una traiettoria definita «ibrida», non garantiva loro il rientro sulla Terra dopo una mezza circunavigazione attorno alla Luna. Seguendo quella rotta la nave spaziale avrebbe girato attorno alla Luna ma avrebbe poi mancato la Terra di oltre trentamila chilometri perdendosi per sempre nel cosmo. «Aquarius» è la scialuppa di salvataggio dei tre astronauti, ma non per la fase critica del rientro nell’atmosfera terrestre. Il «LEM» è costruito infatti per discendere nell’atmosfera rarefatta della Luna. Poco prima di iniziare il fiammeggiante rientro, gli astronauti sganceranno il modulo lunare e questi si disintegrerà al contatto con gli strati via via più densi della atmosfera terrestre. Se l’avaria fosse avvenuta durante il viaggio di ritorno della «Odissea» dalla Luna, Lovell, Haise e Swigert sarebbero certamente periti. In una conferenza stampa svoltasi stamane a Houston, in un’atmosfera visibilmente ansiosa, il direttore di volo Glynn Lunney ha risposto affermativamente ad un giornalista che gli chiedeva se i tre astronauti avessero sufficienti riserve di ossigeno, di acqua e di energia per tornare sulla terra, ma ha aggiunto immediatamente: «Ce la possono fare appena appena». Questa dunque è la situazione dell’«Apollo 13», appesa ad un filo, quello del perfetto funzionamento del modulo lunare, senza il quale sarebbero spacciati. Tanto critica era la situazione a bordo del modulo di comando nella notte scorsa che da terra è stato ordinato agli astronauti di usare uno dei «cordoni ombelicali», ossia i tubi delle tute lunari, per far giungere ossigeno dal «LEM» nella cabina della «Odissea». La nave spaziale in avaria ha sorvolato la Luna questa sera ad un’altezza di duecentocinquanta chilometri. Il centro di Houston ha perso il segnale radio alle 19,21 (ora americana corrispondente alle 1,24 del mattino di mercoledì, ora italiana) allorchè gli astronauti hanno iniziato il volo sulla faccia oscura della Luna. Mezz’ora più tardi essi hanno ripreso contatto con la Terra ed alle 19,51 hanno azionato per la seconda volta il motore di discesa del «LEM» per accelerare la corsa verso la Terra. L’accensione del motore ha aumentato la velocità della nave spaziale da 4.100 chilometri all’ora a più di cinquemila chilometri. A questa velocità il punto previsto di ammaraggio per la capsula di comando - ossia per quello che resterà una volta spanciati il modulo lunare e quello di comando - è nello Oceano Pacifico, a nord-est del punto originalmente fissato per il ritorno degli astronauti, cioè a sud di Pago Pago. Ossigeno e acqua Il fattore determinante è la riserva di ossigeno ed in modo speciale di acqua. L’acqua è vitale non solo per il consumo umano, ma per il raffreddamento degli apparati elettronici a bordo dell’«Apollo 13». Per questo motivo agli astronauti è stato imposto di limitare al massimo, con consumi di energia, anche l’impiego degli strumenti di bordo. Un’altra incognita che è affiorata dalla conferenza stampa è relativa alle condizioni dello schermo termico, senza il quale la capsula di comando non potrebbe resistere alle spaventose temperature che si producono durante il rientro nell’atmosfera terrestre. Il misterioso incidente di lunedì notte si è verificato proprio nelle vicinanze dello scudo termico. Il volo dell’«Apollo 13» verso la Luna stava procedendo con la massima regolarità quando alle dieci di lunedì sera (corrispondenti alle quattro del mattino di martedì in Italia), l’astronauta Haise trasmetteva il primo drammatico messaggio: «Houston, abbiamo un problema». Ad una distanza di 320.000 chilometri dalla Terra, la nave spaziale aveva subito un improvviso scossone; subito dopo il sistema elettrico entrava in avaria e la produzione di ossigeno nella cabina di comando cominciava ad esaurirsi. «Abbiamo ascoltato una detonazione, precisava Haise. Gli indicatori degli apparati essenziali erano scesi a zero. Appariva subito chiaro ad Houston che il problema a bordo della nave spaziale non era elettrico, ma il risultato di una avaria di gravissime proporzioni. La produzione di ossigeno da parte delle cellule era cessata e per complicare le cose la «Odissea» ed il modulo lunare agganciato alla capsula cominciavano a rotolare nello spazio. «Che diavolo di manovra è questa?» era la voce di Haise e subito dopo era Lovell ad accrescere le apprensioni dei controllori a terra: «Non riesco a fermare questo maledetto rullio». Ci volevano parecchi minuti perchè i tre astronauti riuscissero a riportare la nave spaziale sulla corretta linea di volo azionando i getti del modulo lunare. Lovell riferiva di aver notato la fuoriuscita di «qualcosa» dalla nave spaziale nello spazio. Poco dopo i tre astronauti scorgevano frammenti tutt’intorno alla loro cabina, tanti da impedire la visuale delle stelle ai fini di controllo della navigazione(...).
Verso il pianeta Terra dopo il dramma nello spazio
Il modulo di comando con i tre astronauti atterrerà nell’Oceano Pacifico alle 18,13
