Non esiste il reato di vilipendio all’ex presidente della Camera, ma non c’è dubbio che Fini stia facendo di tutto per beccarsi male parole. Non mi unisco ai malpensanti perché credo che la mia opinione sul tema sia nota. La manifestazione di sabato scorso non ha risuscitato le passioni che Fini un tempo era in grado di mettere in campo perché non è più credibile il messaggio di una riscossa di destra da parte di chi la destra l’ha distrutta. Voglio dire che non va bene questa moda tutta italiana e molto provinciale per cui si chiede scusa, chissà quanto sinceramente, e poi si pretende di ricominciare senza pagare dazio. Fini vuol fare l’allenatore, cioè fare la squadra. Non va bene. Anche Bocchino chiede scusa e fa il direttore del Secolo. Ma così è facilissimo. Attenzione, però. Fini non era solo quando sbagliò e trovò solo me e pochi altri a opporsi al suo disegno neocentrista. Il livore nei suoi confronti, se comprensibile a livello popolare, non è più giustificabile da chi ne ottenne prebende e onori. Tutti quelli che vogliono rifare la destra, per essere credibili, debbono, dobbiamo mettere dietro le quinte chi ha governato. Ministri, sottosegretari, governatori, sindaci. Solo così si manderà all’Italia un messaggio di novità. L’errore di Fini (e anche qui non solo suo, vorrei dire a chi lo seguì quando le cadreghe erano assai) è stato quello di anteporre il potere alla rappresentanza. Da decenni la destra italiana mirava a dare voce a quanti non volevano essere ingabbiati nella tenaglia democomunista. Poi arrivò la stagione del governo. E quella del governo a tutti i costi, anche relegando in soffitta i nostri valori. L’esecutivo, i ministeri, erano sempre più importanti di tutto. Si dice che Gianfranco Fini ambisse al Quirinale, su sollecitazione della sinistra. È andata meglio così: avremmo rischiato un maxiprocesso per vilipendio, mi sa...
Vilipendio della destra
di Francesco Storace