Non sono mai stato finiano né nel Msi, dove fui almirantiano e poi con Rauti e Mennitti, né in An dove ero schierato con la destra sociale di Alemanno e Storace. Sono stato con Gianfranco sino alla fine in Fli convinto che difendendo lui da Berlusconi difendessi la mia storia e il symbolum della destra politica in Italia. Non mi sono fatto comprare quando Berlusconi e Verdini fecero lo shopping con cui furono presi molti finiani della prima ora che da Gianfranco ebbero posti di governo e ruoli di primo piano in An e nel Pdl. Non ho debiti di lealtà con Fini, mantengo un rapporto umano di chi gli è stato vicino e ha condiviso errori fatti e subìti. Ma chi nella politica italiana anche recente non ne ha commessi. L’elenco è lunghissimo da Berlusconi stesso a Bersani, da Bossi a Casini fino a Grillo. La politica è «sangue e merda», come diceva Rino Formica. Non c'è politica senza errori. Il tempo, non voi, quello che scorre, li pesa e li fa meglio valutare negli anni. Ma non ho mai creduto nel «finismo», una para-ideologia di cui in An e in Fli si convinsero e convinsero Fini molti personaggi che scapparono dinanzi alle pressioni berlusconiane o presero altre strade. L’ho detto e scritto: per me Fini era un leader chiamato a guidare una fase della lunga storia della destra italiana come lo erano stati Almirante e Romualdi, De Marsanich e Michelini fino a Pino Rauti. È non era poco. Ma ci sarebbe stata un’altra stagione e sarebbe toccato ad altri dopo di lui. Il «finismo» non è mai esistito se non nelle pretese intellettuali di un interessato cerchio magico capace di condizionare culturalmente Gianfranco anche in Futuro e Libertà. Per questo non credo in questo ritorno alla politica attiva di un uomo che continuo a stimare e a rispettare ma che sta facendo un nuovo partito nel più classico dei modi a cui ricorre un politico consumato: dicendo che sta facendo altro. L’immagine del trainer di una squadra giovane può essere in linea con i Mondiali ma non coi tempi della politica. L’idea della destra di Fini è destinata a essere incompresa e forse incomprensibile, lontana dal sentimento popolare e dall’idea comune che si ha della destra. Ci vedo ancora gli sbandamenti della cultura radicale, laicista, eurocratica che finì per egemonizzare Fli rispetto alla tradizione alla visione di una destra sociale e popolare in cui ho sempre creduto. Per me Fini dovrebbe recuperare il rapporto con le sue radici e il suo mondo originario da uomo di Stato, l’unico, espresso dalla destra. Scendere nuovamente nella mischia, in polemica con altri politici del centrodestra non serve né a lui né a uno schieramento che si vorrà ricomporre per contrapporsi a Renzi. Ma non va bene nemmeno attaccare Fini: ha diritto di fare una sua destra che si dovrà misurare col consenso che io non vedo. Non serve ricalcare le orme degli errori commessi e subìti e fare sorgere illusioni e nuove delusioni intorno a una destra che non c’è e che esiste solo nelle idee di Fini. Che non merita il ruolo tardo di cattivo maestro in luogo di quello - che invece penso meriti - di leader di una importante stagione della destra italiana.
Ero con lui ma adesso sbaglia
di Carmelo Briguglio