Quando è apparso in platea in molti si sono dati di gomito. Possibile che Luca Romagnoli, storico animatore della Fiamma Tricolore e «oppositore» di Alleanza Nazionale, partecipi a un evento di Gianfranco Fini? Imbarazzo che ha investito lo stesso ex presidente della Camera, che inizialmente si è mostrato ignaro della presenza di Romagnoli. Peccato che quest’ultimo fosse addirittura tra gli iscritti a parlare. Senza timore di contraddire il padrone di casa su immigrazione e nazionalismo, in uno dei passaggi più applauditi del suo intervento. Romagnoli, perché all’assemblea? «Io ho sempre apprezzato gli avversari che amano il confronto. Mi piace discutere tra persone per bene del futuro dell’Italia più che di quello della destra. E su alcune cose di quelle dette da Fini mi sono anche trovato d’accordo». Quali, in particolare? «Mi è piaciuta la parte riguardante le proposte per l’Italia. Mi fa piacere aver sentito cose che il sottoscritto e la Fiamma Tricolore hanno sempre sostenuto. Penso al contrasto del federalismo, alla ridiscussione del ruolo delle regioni. Erano temi considerati "reietti", quasi di retroguardia. Invece ora si sta recuperando un sentire che viene dalle nostre radici missine». Sorprende che a dire queste cose sia Fini. «Non importa da chi vengono le idee. Se la soluzione è buona, va bene anche se l’ha proposta il tuo avversario. Se la politica italiana avesse avuto più trasversalismo avrebbe ottenuto maggiori risultati e non avrebbe lasciato spazio a Grillo». Cos’è, invece, che non le è piaciuto? «Fini deve riconsiderare il suo discorso sulla primarietà dell’Italia. A partire dal tema Europa: i trattati vanno ridiscussi senza se e senza ma. È qui che ho trovato le maggiori contraddizioni. Quando si parla, come ha fatto lui, di "Europa delle patrie", bisogna anche recuperare il concetto di sovranità. Non vogliamo ridiscutere l’euro perché non sarebbe un bene per la nostra economia? Va bene, sono opinioni, ma in qualche modo la sovranità dev’essere recuperata. E non sono d’accordo neanche quando Fini liquida come nazionalismo alcune necessarie puntualizzazioni sul tema immigrazione. Io non sono un nazionalista becero, ma è il caso di reitrondurre un discorso di reciprocità. Noi sosteniamo anche un costo, non abbiamo solo benefici dall’immigrazione. Pretendiamo una partecipazione alle spese, ad esempio una tassazione delle rimesse. Se no diventa un’ospitalità a senso unico. E si scimmiotta il sentire dell’accoglienza tipico della sinistra». Si aspettava più affluenza all’assemblea? «C’era un’aura strana all’inizio. Ho apprezzato il tentativo di Fini, che era rischioso. Tutto sommato penso che gli organizzatori possano considerarsi soddisfatti. La sala non era gremitissima, è vero. Se l’evento fosse stato completamente gratuito forse i numeri sarebbero stati maggiori. Invece hanno scelto di chiedere un contributo che ovviamente non era necessario. Non è che Fini o i suoi amici abbiano bisogno di soldi per organizzare un’assemblea. Forse volevano selezionare la "qualità" dei partecipanti, far entrare solo chi era realmente interessato». È Fini la chiave del rilancio della destra? «Francamente non lo so. Credo che gli vada dato atto di aver riconosciuto i suoi errori, è un piccolo segnale. Ma di certo non può farcela da solo. C’è bisogno di tutti. Se anche Fratelli d’Italia l’avesse compreso non si sarebbe fermato sotto il 4% alle Europee. Ci vorrebbe più umiltà e senso dell’accoglienza. Se oggi qualcuno è costretto a inseguire la Le Pen che per anni è stata schifata, qualche ragione ci sarà».
Il nero Romagnoli «Poca chiarezza sull’immigrazione»
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