Figurarsi Palmiro Togliatti, il leader del Pci che ha contribuito alla costruzione della Prima Repubblica dopo la II guerra mondiale, intento a fare il vino, magari in Umbria, simpatica terra di mezzo che non è il Piemonte e neppure la Toscana, via, non sarebbe possibile. Invece Massimo D'Alema, il migliore ai tempi della crisi galoppante del migliorismo, il premier dopo la caduta di Romano Prodi, il vino lo produce. È l'unico rosso, il vino, sopravvissuto ad una rivoluzione mancata, persa, perché già borghese eppure contro la borghesia, non solo nei fatti (le tasse alte) ma nel pensiero. Anche D'Alema, gemello diverso di Walter Veltroni, il cui cognome è circolato come commissario europeo agli esteri e poi superato invece da Federica Mogherini, incarna in fondo una personalità politica superata dalle troppe nomine annunciate (dai giornali) per lui e poi mancate. A cercar bene la sua crisi, la crisi del dalemismo come evoluzione dialogante del Pci migliorista, naufraga con l'affondar della Bicamerale, la Commissione che avrebbe dovuto cambiar l'architettura dello Stato e delle Istituzioni e che si arenò, impallata. E Massimo, il leader del futuro rallentò la propria corsa verso il sol dell'Avvenire. Perché, in fondo, nei dettagli si annida il destino di un capo politico, nelle pieghe di un attimo. A Sanremo, si celebrava il Festival, e il cantante Jovanotti gli gorgheggiò, a D'Alema, un «cancella il debito», preghiera internazionalista per il Terzo Mondo prima dell'avvento dell'euro. Ecco, in quel D'Alema, al vertice e al tempo stesso sconfitto, si raffigura la resa di una grande promessa della sinistra post Pci e che invece, in fin dei conti, ha finito per essere solo antiberlusconiana. Perché il Cavaliere vinceva mentre loro perdevano e nella loro sconfitta si concentrava il contrappasso di una politica sepolta dai mutamenti del mondo. Diversamente da Veltroni, però, D'Alema almeno non ha tifato per la Juventus, bensì per la Roma, la «maggica», come la chiamano nella Capitale. Eppure il migliorismo, nonostante la passione giallorossa, beh quello non è finito benissimo, superato dalle mille mutazioni della sinistra italiana, dall'Ulivo alla rottamazione. Ecco allora che Massimo D'Alema, anche lui candidato ad un grande avvenire dietro le spalle (sapido titolo dell'autobiografia dell'attore Vittorio Gassman, all'apice della propria maturità, negli anni Ottanta), diventa la figurina di un ritardo politico. Ed il vino, seppur con il vizio dell'Umbria, finisce con il rappresentare l'unica rivoluzione possibile, caduta Mosca, l'Urss, finito il Pci e naufragata persino la Bicamerale. Una rivoluzione che si può riassumere oggi in pochi versi: «Questa soma, che vien drieto / sopra l'asino, è Sileno:/ così vecchio è ebro e lieto, già di carne e d'anni pieno; / se non può star dritto, almeno ride e gode tuttavia». Certo il verseggiatore non era umbro ma toscano, e si chiamava ... No. Non era il Premier Matteo Renzi, ma Lorenzo de Medici, detto il Magnifico e non era di sinistra. E neppure politicamente corretto perché ripeteva che di sovente che «chi vuol esser lieto sia del doman non v'è certezza».
Il «nominato» di lusso sempre lontano dalla mèta
Figurarsi Palmiro Togliatti, il leader del Pci che ha contribuito alla costruzione della Prima Repubblica dopo la II guerra mondiale, intento a fare il vino, magari in Umbria, simpatica terra di...