Politica

Moderato successo dei «Beatles» a Roma

Nove persone erano ad attenderli all’aeroporto Molti posti vuoti all’Adriano negli spettacoli

Roma ha snobbato i «Beatles» e i, «Beatles» hanno tentato di vendicarsi privando Roma di parte della loro «arte»: nei due spettacoli di ieri all’Adriano hanno cantato e suonato per meno di mezz’ora, anziché per tre quarti d’ora come era nelle attese dei loro adoratori. A Fiumicino, quando è atterrato l’aereo appositamente noleggiato per loro, il primo a scendere è stato l’impresario. Era l’alba, ma i quattro «scarafaggi» miliardari sono da tempo abituati ad ignorare che a quell’ora la gente dorme. L’impresario temeva che, come altrove, anche a Roma i suoi preziosi pupilli avrebbero rischiato il fanatico linciaggio dei tifosi. Ed è sceso per primo onde prendere le opportune precauzioni. Si è fatto avanti circospetto, ha scrutato lontano, dietro la muraglia degli agenti e dei carabinieri ed è tornato sui suoi passi dando a John, Ringo, George e Paul il più tranquillo «via libera» della sua carriera di tutore delle maggiori glorie contemporanee di Sua Maestà britannica. Ad attendere i quattro «Cavalieri dell’Impero» c’erano soltanto quattro ragazzi del collegio inglese San Giorgio e cinque impiegate della FAO: nove «fans» in tutto. Un altro record per i «Beatles». Né oceaniche sono state le accoglienze fuori del lussuoso albergo dove hanno preso alloggio, al centro di Roma, ai margini di Villa Borghese. Un centinaio di ragazzi, in maggioranza stranieri, raccolti attorno ad un tamburo, che scandivano «Rin-go, Rin-go...» (il nome del batterista, ritenuto il maggior genio del complesso) e tanto sole, tanti agenti sprecati. GRIDOLINI STRIDULI All’interno si svolgeva, con ben due ore di «ritardo alla romana» sull’appuntamento in precedenza fissato, la consueta conferenza stampa. Una dozzina di ragazzine erano riuscite a penetrare nel recinto sacro alle storiche dichiarazioni e alle pose fotografiche del quartetto e soffrivano perché non potevano squittire, emettere quelle grida stridule e improvvise che una volta, nei bei tempi andati, fanciulle e signore riservavano alle improvvise apparizioni dei topi, quegli spaventosi strilli laceranti che invece avrebbero potuto scatenare liberamente qualche ora più tardi, una volta trasferitesi al Teatro Adriano per lo «spettacolo». Gli organizzatori hanno tentato vanamente di sfrattarle dalla sala, e così hanno sentito anche loro. Hanno sentito ed hanno poco didatticamente constatato, che a considerare oracoli i loro idoli vestiti di nero ci sono anche altri. Un giornalista molto serio ha chiesto ad esempio un responso sulle seguenti istituzioni: l’esercito, la famiglia, la religione. Ha risposto per tutti Paul: «La prima non è divertente, la seconda può essere o.k., la terza è ottima solo per chi ci crede». Ma dopo questa parentesi «impegnata», la domanda e le risposte sono tornate sul loro naturale binario. «È vero che mangiate uova di gabbiano?». «Non è vero». «Cosa pensate di Rita Pavone?». «E chi è?». «Vi piacciono le ragazze italiane?». «Sono belle». «Ma come le avete viste se vi nascondete sempre?». « Dal buco della chiave». «Cosa pensate delle tasse?». «Ci limitiamo a pagarle». «Cosa volete di più dalla vita?». «Nulla, tutto è già così meraviglioso». Il tradizionale humour inglese, anche se molti ne intravedevano i risvolti in misteriose inflessioni idiomatiche, ha sfiorato un senso accessibile soltanto quando, essendo stato chiesto se l’accoglienza del pubblico italiano era inferiore alle attese, i «Beatles» harmo risposto: «No, è stata superiore». «Perché?» «Perché non ci aspettavamo alcuna accoglienza». Si sono invece comportati con un buon senso pratico alla italiana quando hanno diplomaticamente evitato di rispondere alla domanda se, nella storia della canzone, fosse più importante Napoli o Liverpool. Un po’ del tradizionale putiferio, consueto alle altre platee europee e soprattutto americane, è scoppiato soltanto al pomeriggio, all’interno del teatro. Ma, a giudicare dal pubblico pagante e dalla inutile sovrabbondanza dei poliziotti e dei carabinieri schierati, di gran lunga superiore al numero degli spettatori, si ha il ragionevole dubbio che esso abbia soltanto vagamente compensato le delusioni economiche degli organizzatori. L’Adriano è un teatro che può contenere 2.500 persone: ebbene, quasi tutti i palchi erano deserti, la platea occupata per metà e il loggione affollato soltanto alla balaustra. Si può calcolare mille spettatori in tutto, o poco più. E ampi vuoti si sono visti anche nel secondo spettacolo, dopo cena. Con la differenza, a tutto onore dei «serali», che non si sono verificati gli episodi isterici del pomeriggio e che i pochi tarantolati non hanno neppure avuto l’ardire di salire in piedi sulle sedie, assicurate, con il resto del teatro, per la modica cifra di mezzo miliardo. Da un simile trionfale insuccesso di biglietti invenduti o inutilizzati, i «Beatles» non erano stati mai umiliati. Ma a loro che importa? Lavorano ad ingaggio e, abituati come sono a misurare la felicità con le cifre dei milioni per così dire guadagnati, sono tornati a letto prima di mezzanotte contenti lo stesso. Ma dicevamo di quel po’ di putiferio che c’è stato al pomeriggio. Dei mille spettatori, gli epilettici erano appena un centinaio, ma lo erano anche per i restanti novecento. È la percentuale, comunque, che conforta. E cento scatenati zazzeruti, tra i quali era impossibile identificare il sesso e il ceto sociale di ognuno, non fanno certo un fenomeno collettivo. Erano tutti in platea, dove le poltrone costavano dalle cinque alle settemila lire. Tra questi tifosissimi, un cenno particolare meritano due ragazzette sarde sedicenni, Cinzia e Patti: per venire ad ammirare i loro idoli e superare lo scoglio del divieto dei genitori alla «traversata» hanno scritto al settimanale Big, invocando aiuto. Il periodico ha accolto il loro appello e le due patitissirne hanno avuto gratis viaggio, permanenza a Roma per due giorni e biglietti d’ingresso: sono giunte ieri mattina a Fiumicino, per nulla emozionate; felicissime, soltanto, di poter applaudire i loro zazzeruti idoli (...). BELLE CANZONI Se gli si chiede come cantano, come suonano, come si comportano i «Beatles» non lo sa. Non li ascolta. Gli basta urlare. Un «beatle» dice «yes» e provoca un finimondo. Fa una giravolta,esplode un vulcano. Si inchina in una riverenza, e gli spettatori, i cento spettatori come lui, saltano sulle sedie, si contorcono, le braccia in alto, inverosimilmente acrobatici in pochi centimetri quadrati di velluto, strappandosi i capelli, e rompendo in grida inumane. I «Beatles», non sono una attrazione: sono un’occasione. Le loro canzoni sono anche belle, alle volte persino malinconiche e romantiche ma sortiscono sempre lo stesso effetto, come la più indiavolata sarabanda di tam-tam. Un sociologo ha scritto recentemente che i «Beatles» riescono a liberare nei loro estimatori l’istinto antico di una partecipazione carnevalesca collegiale, analoga a quella che nell’Ottocento si illegiadriva nella quadriglia. Ora sono cambiati i tempi e al minuetto si è sostituita la pratica ossessiva delle sette tremolanti. O forse si è tornati ai primordi. A Roma, nei cento dell’Adriano, aleggiava ieri pomeriggio lo spirito primigenio del Colosseo. Ma erano soltanto cento, su due milioni e mezzo. Gli altri avevano cercato più salubri «evasioni» al mare.

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