Diceva Churchill: «Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e le guerre come se fossero partite di calcio». E Sir Winston lo scriveva già settant’anni fa, quando il pallone era pesante come una pietra, le maglie erano di flanella anche d’estate e la tv da noi non esisteva. Lui che da Londra capitalizzò quell’8 settembre tragico, non questo farsesco del Mundial, dove i protagonisti si ritirano a ranghi disordinati, e una volta svestita la casacca azzurra si tirano addosso botte terrificanti. Prandelli poteva uscirne a testa alta, dimettendosi a mezza voce, invece di tirare in mezzo la storia delle tasse e del contratto. Balotelli gioca a fare «l’angelo negro» della vecchia canzone di Marino Barreto jr. Invocando la solidarietà dei fratelli africani, dimenticando che non è il colore della sua pelle a far mugugnare la gente, ma una arrogante scarponeria pagata a peso d’oro, sopratutto contro il Costa Rica, e un atteggiamento da bad boy milionario e viziato che ha fatto perdere le staffe pure ai «veci» della Nazionale, che di «bocia» ne hanno visti tanti, pochi capricciosi come Mario. Colpevole perché «negro»? Chieda a Cassano, bianco di Puglia, bravino con i piedi, ma scassapalle per vocazione, perché ogni squadra lo abbia ruminato e sputato via. Ma sarebbe consolatorio star qui a scrivere «solo» di una vergognosa disfatta sportiva o dei guasti di una Federazione incapace di gestire una politica di valorizzazione dei nostri giovani, se non ci fosse scappato l’ennesimo morto. Si annunciano battaglie tra le fazioni ultrà dopo la scomparsa di quel povero ragazzo. Una allucinante guerra civile che potrebbe insanguinare di nuovo strade e stadi. Con la retorica del «sentimento» azzurro che rischia di tingersi di rosso tra i campanili. E allora viene in mente Borges: «Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio». Speriamo.
Speranze tradite
di Stefano Mannucci