Le notizie che arrivano da Lèopoldville sono gravi. Le autorità, civili e militari, del Governo centrale del Congo, che si sono recate a Kindu, nella provincia del Kivu, per ottenere la immediata liberazione dei tredici aviatori italiani, catturati sabato scorso, non hanno potuto avere notizie e non ne hanno potuto dare alle nostre autorità, giustamente allarmate. Il comando dell’ONU, a Léopoldville, non è affatto tranquillo: vi è a Kindu una rivolta in atto di circa duemila soldati congolesi guidati da agenti comunisti. La rivolta avrebbe avuto come prima manifestazione l’arresto e il maltrattamento dei tredici aviatori italiani arrivati proprio in quel giorno all’aeroporto di Kindu. I nostri aviatori fanno parte dei «caschi azzurri» delle Nazioni Unite. Essi furono improvvisamente circondati dai rivoltosi mentre sedevano tranquillamente a mensa, assolutamente ignari del pericolo. In un primo momento si è detto che si udirono degli spari, e che uno dei nostri militari rimase ferito. Poi la situazione è peggiorata; la guarnigione in rivolta ha minacciato di abbattere gli aerei dell’ONU che mostrino di voler atterrare su quel campo di aviazione e rifiuta di consegnare i prigionieri. Questa notizia è allarmante, in un Paese come il Congo ove il disordine e la confusione dei poteri e il continuo insorgere di nuove esplosive situazioni hanno creato uno stato di cose estremamente pericoloso. Ora, ad esempio, si parla di un nuovo Governo, anch’esso a base tribale, che si pronuncerebbe in favore del Governo centrale e contro il separatismo del Katanga e del Presidente Tschombe. Ma da chi è inspirato questo nuovo Governo e come sono reclutate le sue forze? Non appartengono queste forze ai sanguinari baluba maneggiati daicomunisti? Il dramma del Congo è questo: di respingere ogni soluzione logica, ogni azione concordata, ogni disposizione naturale e legale, per farci assistere costantemente a insurrezioni anarchiche e sanguinarie, senza un principio e senza un fine determinato. Questa è la funesta conseguenza dell’applicazione indiscriminata del principio democratico, in nome dell’antieuropeismo e dell’anticolonialismo, ai Paesi più arretrati dell’Africa. L’odio razziale cieco e feroce diviene l’unica molla, la sola spinta all’azione. I tredici aviatori italiani sono forse le nuove e più recenti vittime dei mostruosi errori che si vanno commettendo nel Congo dal giorno della sua pretesa indipendenza. Non vorremmo neppure pensarlo tanto il fatto sarebbe terribile, anzi mostruoso. Le Nazioni Unite si sono assunte il compito ambizioso di sostenere la legalità e legittimità del Governo di Léopoldville e Hammarskjoeld morì forse nell’errore di avere compiuto l’imprudenza di un atto di guerra, invece di un gesto di arbitrato pacifico e di conciliazione. Egli non aveva il compito di combattere con tro il Katanga, ma sì, quello di impedire la guerra fra i due Governi ostili. Sarebbe logico pensare che l’intervento delle forze delle Nazioni Unite dovrebbe avvenire con mezzi di tale imponenza da imporre il ristabilimento dell’ordine e dell’autorità. I nostri aviatori sono a disposizione delle Nazioni Unite. Essi sono stati imprigionati da un gruppo di rivoltosi da alcuni giorni.Che cosa hanno fatto le Nazioni Unite, che cosa può fare il nostro Governo per restaurare il diritto, per difendere la bandiera delle Nazioni Unite, per liberare, infine, degli uomini che sono certamente in grave pericolo? La guerra fredda e le ribellioni africane hanno abituato i popoli, negli ultimi anni, alle notizie più sensazionali e più angosciose. L’episodio inconsulto - e speriamo nei prossimi giorni di non dover usare aggettivi assai più gravi - di Kindu, si aggiunge ai mille altri che colpiscono la sensibilità popolare e provocano lo sgomento nella coscienza civile. La bandiera delle Nazioni Unite è la bandiera del diritto e della liberta: guai se la si lascia calpestare da poche centinaia di barbari scatenati. E guai se questa barbarie che non misura neppure l’entità dei suoi delitti, si ammanta essa dei motivi di libertà e di indipendenza che danno nobiltà alla lotta dei plopoli oppressi. Da una simile confusione, suscitata e alimentata dal comunismo mondiale, possono derivare gravissimi danni alla tranquillità dei popoli. L’INTERVISTA CON L’AMBASCIATORE Attraverso i seimila chilometri di mare, montagne e deserti che separano Roma dalla capitale del Congo, la voce dell’Ambasciatore d’Italia Piero Franca ci giungeva debole, di tanto in tantfo afievolita ancora di più, fino a perdersi del tutto. Eravamo riusciti a raggiungerlo, con la nostra chiamata telefonica, nel suo ufficio lontano, in un’ora nella quale la gente di tutto il mondo, e specialmente quella che vive nei paesi prossimi all’Equatore sospende il proprio lavoro (...). L’Ambasciatore non era in vena di concedere interviste. «Rivolgetevi direttamente al Ministero degli Esteri ci ha detto. - Ho già. mandato a Roma tutte le notizie in mio possesso. Non c’è niente dinuovo, purtroppo, che io possa aggiungere» . - «Dobbiamo interpretare questo ”purtroppo” nel senso che non c’è più speranza? abbiamo chiesto. A una do- manda siffatta anche il più cauto dei diplomatici non può fare a meno di rispondere, poiché anche un ”no comment” diventerebbe una inquietante ammissione. - «Non si può dire certo una cosa simile. Ma Kindu si trova a millecinquecento chilometri da Léopoldville, non abbiamo con quella località alcun collegamento diretto, i nostri tentativi di avere notizie cozzano contro difficoltà di ogni genere, e intanto ogni ora che passa aumenta le nostre preoccupazioni» . «Ma come si sono svolte esattamente le cose?» - «Quello che posso dirvi è questo: i due apparecchi sono andati a Kindu con a bordo tredici persone: un equipaggio di sei aviatori per ciascun aereo, più un ufficiale medico. Abbiamo soltanto saputo che tutti i nostri ufficiali e sottufficiali, in gruppo, mentre si trovavano alla mensa delle forze dell’ONU, sono stati fatti prigionieri da militari congolesi ammutinati. Da quel momento non è stato possibile sapere più niente, diloro, abbiamo avuto soltanto notizie indirette. E queste in che consistono?». - «Le notizie che ci giungono dagli ammutinati congolesi dicono che i prigionieri sarebbero fuggiti. Ma si tratta, torno a dire, di notizie che non hanno niente di certo e niente di ufficiale. Nessuno ha potuto entrare in contatto con i nostri aviatorti. Ragioanevolmente, si può anche pensare che questa presunta fuga serva soltanto a coprire eventuali responsabilità». Ma il Governo congolese non può far nulla? - «Posso dire che il Governo centrale è intervenuto con molta energia. Ha mandato sul posto, come sapete, una Commissione della quale fanno parte il Ministro dell’Interno e il generale Lundula,comandante delle forze armate locali. Anche le Nazioni Unite hanno mandato a Kindu una missione, della, quale fa parte un funzionario italiano: il dott. Pagnanelli»(...).
Gli aviatori italiani prigionieri dati «fuggiti» dai congolesi
Il ministro dell’Interno e il generale Lundula sono stati costretti a fuggire da Kindu
