A quattro mesi dalla sua elezioni a segretario regionale, il Pd Lazio non ha ancora un presidente né una segreteria politica. Senza contare che l’affluenza alle primarie lo scorso febbraio - appena 48mila elettori in tutta la regione - rappresenta il minimo storico del Pd. A questo bisogna aggiungere il fatto che molte correnti dopo avergli promesso sostegno hanno disertato i gazebo e che i ballottaggi non sono andati proprio benissimo, con sconfitte gravi come Civitavecchia e Tivoli. Per Fabio Melilli, deputato reatino e segretario del Pd Lazio, non è certamente un bel momento. I colleghi di partito lo definiscono «debole» o «dimezzato»; altri sostengono che il risultato di Gasbarra alle europee lo abbia messo sotto lo scacco di popolari e marroniani. Domani Melilli è chiamato alla prova del nove: eleggere il presidente dell’Assemblea regionale. Una missione tutt’altro che semplice. Facciamo un passo indietro. Mesi fa, all’indomani delle primarie, l’Assemblea del Pd non elesse la sfidante sconfitta di Melilli, la renziana della prima ora sostenuta dai popolari Lorenza Bonaccorsi. Nonostante la prassi di partito sia quella di affidare il ruolo di rappresentanza a un esponente dell’opposizione interna, generalmente al candidato sconfitto (fu così anche per Cuperlo, che poi si dimise, con Renzi). Fu eletta Laura Mannocchi, prima dei non eletti in Assemblea Capitolina, vicina a Marco Di Stefano, che al congresso aveva sostenuto Melilli, come del resto AreaDem di Dario Franceschini, i bettiniani, gli zingarettiani, i marroniani e l’ala reatina (Rughetti) dei renziani. Un quadro nato dall’asse AreaDem-Bettini per sugellare l’accordo per le europee. La Mannocchi però non è stata eletta in Assemblea. Ne nacque un putiferio: insulti, offese, ambulanze, un renziano - Massimiliano Dolce - ricoverato in ospedale. Alla fine il caso fu portato ai garanti nazionali che decretarono l’ineleggibilità della Mannocchi. Dopo mesi siamo da capo a dodici. I risultati delle europee e dei ballottaggi hanno però complicato il quadro. La minoranza rivendica la presidenza per la Bonaccorsi, col favore di Melilli e AreaDem. Ma il resto della maggioranza mugugna, teme un allargamento non concordato: in ballo ci sono la leadership di questa o quella corrente, la resa dei conti dopo le europee. E la difficile situazione del Campidoglio, con l’amministrazione Marino impantanata, un sindaco insufficiente e il Pd, partito di maggioranza relativa, che non riesce a svolgere la sua funzione di impulso politico, non aiuta. Il segretario di Roma Lionello Cosentino ha superato l’ostacolo dell’Assemblea romana: la sua relazione è stata votata all’unanimità, il tentativo di mandarlo sotto scongiurato, pur rinviando la presentazione di un piano straegico per la Capitale a dopo l’approvazione del bilancio. Ora tocca a Melilli superare il primo vero esame.
Senza Renzi il Pd sa soltanto litigare
Nel Lazio partito senza segreteeria nè presidente. INTERVISTA a Marco Di Stefano: "Qui comandano solo i padrini"
