Sul delitto Yara c’è stata una corsa a smascherare il mostro. L’esperienza e tanti casi simili mi hanno invece dimostrato che è un errore. Nella vicenda di Bergamo l’idea iniziale degli inquirenti era che fossimo di fronte a uno stupratore, un uomo che uccide senza pietà per motivi sessuali. Eppure molti indizi non conducevano in questa direzione. L’indagine, per quello che sappiamo, punta soprattutto sul Dna. Soltanto nell’Italia al verde poteva capitare che spendessimo soldi per fare 18 mila esami. È stata una scommessa, e se l’indagine mostrerà che il colpevole è Bossetti sarò contento, innanzitutto da cittadino. Ma ho visto altri omicidi in cui il tanto strombazzato Dna si è rivelato una bufala. Tra l’altro, nell’omicidio di Yara, non si sa né come né quando siano stati realizzati gli esami. Mi ricordo di quella ragazza uccisa in Toscana. Anche in quel caso si puntò tutto sul Dna, che corrispondeva a un cittadino inglese che però non era mai stato in Italia. Dicono anche che sul corpo della ragazzina ci sarebbe della polvere di materiali edili. Pensano che sia un indizio visto che Bossetti è un muratore. Immaginiamo che lui sia davvero uno stupratore: possibile che sia andato a violentare la sua vittima con gli abiti di lavoro? Senza nemmeno lavarsi per tentare di non lasciare tracce? Una delle poche cose chiare in questo caso è che Yara è stata uccisa pochissimo tempo dopo l’incontro con il suo assassino. È una modalità per nulla comune negli stupratori. Non voglio essere disfattista. Mi aspetto che tra qualche giorno verranno fuori degli elementi seri. Se non sarà così, la responsabilità sarà anche di tutti quelli che hanno parlato e che hanno, di fatto, allontanato la verità.
Corsa al mostro e prove incerte
di Francesco Bruno, criminologo