Quello che è successo a Motta Visconti, con moglie e figli ammazzati, è uno degli episodi criminali più sconvolgenti mai accaduti. Siamo abituati allo stilicidio di notizie terrificanti che raccontano di delitti maturati nell’ambito familiare, eppure questa volta la scena è raccapricciante. Mi chiedo soprattutto perché Lissi abbia ucciso i suoi bambini. Mai si era vista tanta crudeltà. È padre anche il presunto assassino di Yara Gambirasio. Se verrà confermata la sua colpevolezza mi domando come sia possibile che la moglie non si sia accorta di niente. Non c’è alcuna difesa di fronte a questi episodi. Siamo portati a raccontarci che i protagonisti di efferati omicidi abbiano problemi psichiatrici. Ma non è sempre vero. Ci sono tante persone che scelgono di commettere reati in modo consapevole. È anche vero che non dovremmo farci ingannare dalle «famiglie del Mulino bianco», quelle che ci mostrano le pubblicità, che sembrano sempre felici. Ad esempio mi rifiuto di pensare che i due coniugi di Motta Visconti fossero una coppia tranquilla, come raccontano i vicini di casa. Anche qui dovremmo riflettere sull’indifferenza sociale che viviamo. Di certo la sorte di Lissi si giocherà in tribunale sulle perizie. Credo che i suoi avvocati cercheranno di puntare sull’incapacità di intendere e di volere al momento del delitto. È un caso diverso quello di Bergamo. Sembra che si sia giunti a dare un’identità all’uomo che ha ucciso la piccola Yara, e se così fosse sarebbe il trionfo delle indagini scientifiche, che negli ultimi tempi sono state al centro di molte polemiche. Sullo sfondo restano due storie, due uomini, che ci costringono a riflettere sulle nostre fragilità.
Quegli uomini e le nostre paure
di Simonetta Matone, magistrato