«Non ho rubato neanche una lira», giura il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Ma assicura: «Fui pressato dai vertici del Partito democratico locale di racimolare finanziamenti per le campagne elettorali». Il primo cittadino del capoluogo veneto è un fiume in piena. L’altro ieri, davanti al pubblici ministeri della Procura della Repubblica, ha vuotato il sacco. Perché stando a quanto ha sostenuto, nel sistema tangentizio non ci sarebbe stato soltanto l’allora Popolo della Libertà, ma anche il Pd. Uno spaccato che va a confermare quanto dichiarato da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova (Cvn): «La necessità per il gruppo Mantovani (società rientrante nel Consorzio Nuova Venezia, ndr) e per l’ingegner Piergiorgio Baita era di costituire fondi neri da cui poter attingere quando aveva bisogno era dovuta alla necessità di sopperire alle continue richieste avanzate dai politici locali e nazionali». Così, dagli atti societari acquisiti nei mesi scorsi dagli investigatori del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, sono saltati fuori un contributo da 40mila euro intascato dal deputato del centrosinistra Davide Zoggia, componente della Commissione affari costituzionali ed ex presidente della Provincia di Venezia, fino agli 11mila euro concessi per la festa del Pd. Orsoni, però, limita la responsabilità del partito di centrosinistra solo all’ala locale. Ma, di fatto, come racconta nel suo interrogatorio Pio Savioli, principale collettore delle tangenti destinate al Pd, «come entità unica la posizione del partito era favorevole, perché il Mose è partito anche grazie a Massimo D’Alema». Tuttavia negli atti non ci sono riferimenti espliciti al partito nazionale, anche se in più occasioni si fa riferimento a denaro versato ad ambienti politici romani sia destra sia di sinistra. Tra i supposti finanziamenti illeciti destinati al Pdl, inoltre, ci sono le operazioni attraverso una società cartiera che, con consulenze con la Cvn, avrebbe creato le provviste da versare al partito politico, soprattutto milanese. DIGA GRAZIE A D’ALEMA A chiarire il ruolo del Partito democratico è Savioli, in un lungo interrogatorio rilasciato ai pubblici ministeri di Venezia. Racconta che il «Pd ha avuto posizioni molto altalenanti rispetto al Mose. Diciamo che c’era un gruppo della Venezia storica che erano abbastanza critici del Venenzia Nuova (il Consorzio, ndr); mentre un gruppo, che è partito (...) da Vanni Valter (...) lo stesso Marchese (Gianpiero, ex vicepresidente del consiglio regionale, ndr), Tiozzio (Lucio, consigliere regionale, ndr), i chioggiotti, che hanno sempre avuto una posizione favorevole, erano decisi a che l’operazione andasse avanti». Dunque, continua, «non è che fosse tutto il Pd contro, c’erano varie parti del Pd che erano molto favorevoli anche. Io ne ho trovati parecchi della sinistra. Generalmente, diciamo, il centrosinistra, chiamiamo il centrosinistra, era contrario, non in un modo generale, ma era contrario perché secondo me erano più rumorosi i settori dei Verdi che... Ecco, io credo che la sinistra fosse abbastanza... concordasse abbastanza con una grande opera che avrebbe impiegato parecchio personale. Insomma, c’erano vari aspetti che possiamo considerare...». «Invece il Pd come entità unica che posizione aveva rispetto al Mose?», chiedono i magistrati. «Come entità unica la posizione era favorevole, perché il Mose è partito anche grazie a D’Alema... ripeto, per esempio, le sezioni di Venezia, alcune sezioni di Venezia, erano notoriamente col mal di pancia, però non era il partito». IL RUOLO DI MARCHESE Giampiero Marchese è un pezzo da novanta del Pd veneto. Prima consigliere poi vicepresidente del Consiglio regionale è inquadrato da Mazzacurati come il presunto catalizzatore delle mazzette provenienti dal Consorzio Nuova Venezia (Cvn). «Me l’ha presentato (...) penso sia stato Pio Savioli (...) come una persona che curava, diciamo, i conti della sinistra politica e a me è stato presentato come la persona con cui dovevo parlare per metterci d’accordo sulle dazioni che fossero state necessarie». Secondo Mazzacurati «loro (il Pd, ndr) avevano delle necessità e doveva dire a me di cosa aveva bisogno». Stando a un memoriale depositato dall’uomo sarebbero state date a Marchese «circa 400-500mila euro dal 2005 al 2013». Marchese, dunque, «era un funzionario della sinistra – precisa Mazzacurati – che aveva il compito, diciamo, quando c’erano i periodi delle elezioni, delle consultazioni elettorali, di reperire i fondi». FINANZIAMENTO A PD E SEL Restando sul terreno della sinistra, è sempre Boscolo, uno degli indagati, a far luce su un presunto finanziamento versato nelle tasche di candidati di Sinistra ecologia e libertà, il partito fondato dal governatore pugliese Nichi Vendola, e Pd. «Su proposta di Lucio Tiozzo (consigliere regionale del Veneto, ndr)» sarebbero stati dati «5mila euro, una cosa del genere, per la campagna diciamo al Pd (...) l’ultima campagna elettorale (nazionale, ndr)». «Sono dazioni ufficiali», precisa il difensore dell’uomo. Infine, denaro sarebbe stato dato «poi all’ex sindaco di Chioggia adesso è con Sinistra ecologia e libertà. So che ho dato anche, non so, un paio di mila euro... ma sempre diciamo attraverso... ufficiali, insomma». LINO BRENTAN IL «MAZZIERE» Particolare ben sviscerato nell’interrogatorio di Piergiorgio Baita, ex presidente del Cvn, è quello relativo al ruolo di Lino Brentan, nominato amministratore delegato dell’Autostrada Padova-Venezia e importante esponente del Pd. Baita afferma che Brentan «nella vicenda ha avuto un ruolo diverso, perché è nato come esponente della sinistra veneziana ma poi, forte del rinnovo... gli hanno creato ad hoc la posizione di amministratore delegato che non esisteva, l’ha creata Chisso (assessore regionale, ndr); poi, forte della posizione di amministratore delegato, era lui in grado di comandare sulla sinistra veneziana... quindi era lui che distribuiva». «Faceva il cassiere?», interrogano i pm. «Mah – spiega Baita – il cassiere è uno che incassa, mentre così diventava addirittura mazziere, non cassiere». «Chiarissimo», concludono i magistrati. PATTO PD-PDL SUL PORTO Un altro particolare che emerge dagli atti è il presunto patto siglato fra Partito democratico e Popolo della libertà per piazzare Paolo Costa, sindaco di Venezia dal 2000 al 2005, a presidente dell’Autorità portuale di Venezia. «Costa è succube di Mazzacurati, l’ha messo lui», precisa ai pubblici ministeri Baita. «Posso testimoniare che quando si è trattato di fare la nomina di Costa presidente dell’Autorità portuale Mazzacurati ha avuto l’ostilità di Chisso, che non voleva Costa (...) È stato Mazzacurati a fare da mediatore con Galan perché Galan... Matteoli desse l’indicazione su Costa, che era indicato nella terna del centrosinistra».
Spunta Sel, e il sindaco confessa «Sì, ho preso soldi per il Pd»
