Si sbagliava chi si attendeva una scelta «terzista» da parte del Consiglio superiore della magistratura sulla diatriba riguardante l’assegnazione del fascicolo sul caso Ruby ai procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Piero Forno da parte del procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, e sulla conseguente «disputa interna» fra quest’ultimo e l’aggiunto Alfredo Robledo, che nei mesi scorsi aveva sollevato la questione. La Settima commissione del Csm ha infatti deciso di trasmettere tutti gli atti ai titolari dell’azione disciplinare, vale a dire il procuratore generale della Cassazione e il ministro della Giustizia, motivando la scelta con il mancato «formale coinvolgimento» dello stesso Robledo, che è il coordinatore del dipartimento competente sul reato di corruzione in atti giudiziari. Ma non solo. Ciò che il documento, approvato a maggioranza giovedì scorso, contesta a Bruti Liberati, è anche il non aver «motivato» l’assegnazione del fascicolo principale del caso Ruby alla Boccassini, non «scongiurando», così, «qualunque possibilità di rischio di esporre l’ufficio al pur semplice sospetto di una gestione personalistica di indagini delicate concernenti un esponente di spicco della politica nazionale», vale a dire Silvio Berlusconi. Più nello specifico, per i componenti della Commissione «sebbene le ragioni di economia processuale» che portarono all'assegnazione dei fascicoli Ruby bis e ter a Forno e Boccassini «a seguito di interlocuzione solo verbale» appaiano «ampiamente plausibili», sarebbe stato «preferibile» un «formale coinvolgimento del coordinatore del II Dipartimento», quello guidato, appunto, da Robledo, «competente per il più grave reato di corruzione in atti giudiziari». Alla Cassazione e al Guardasigilli saranno inviati anche sia gli atti relativi al fascicolo Sea-Gamberale, dimenticato in cassaforte da Bruti Liberati, sia quelli sul presunto «doppio pedinamento» che Robledo avrebbe messo in atto nei confronti di un indagato dell’inchiesta Expo. E per quanto riguarda lo stesso pm aggiunto, verranno anche valutate la sua «insistenza nella richiesta di trasmissione atti per i quali era già stato attivato il necessario coordinamento» e la «prospettata messa a rischio della segretezza delle indagini» sull’Expo. La Settima commissione ha anche sottolineato le «significative lacune» nel progetto organizzativo della procura di Milano e la «mancanza di una precisa disciplina relativa all'assegnazione» dei fascicoli che «ha lasciato prosperare prassi disomogenee». Pur partendo da queste premesse, la Commissione si dice però convinta che lo scontro nella procura di Milano fra Bruti Liberati e Robledo, non ha comunque avuto ripercussioni sulle indagini milanesi. I «rilievi» mossi alla gestione del procuratore capo, dunque, non avrebbero compromesso alcunché anche perché la «risposta impersonale dell’ufficio è stata tempestiva ed efficiente». Nell’aprile scorso già il procuratore generale di Milano, Manlio Minale, in audizione al Csm, aveva affermato che Ilda Boccassini «non aveva titolarità» a compiere atti di indagine sul caso Ruby. Le conclusioni della Commissione saranno ora vagliate dal plenum del Csm. Di certo c’è che quanto sta emergendo intorno al caso Ruby getta non una ma mille ombre su un’inchiesta giudiziaria piena di dubbi.
«Il caso Ruby alla Boccassini? Una forzatura»
Il Csm contesta a Bruti Liberati «di non aver motivato l’assegnazione del fascicolo su Berlusconi»
