So bene che il passato è sempre color di rosa. Ma c’è passato e passato. Voi non avete idea di quello che fu, più di mezzo secolo fa, la nascita di questo giornale.A cento metri dalla tipografia de Il Tempo, che allora stava in via del Corso, ricordo che c’era una piccola rosticceria. Ma quando la fame mi annodava le budella, e l’umidità della sera mi faceva sognare una camera calda con lenzuola di bucato, sognavo un intervento salvifico, come se ne trovano nella Bibbia o nei libri del ginnasio. Che ci crediate o no, il prodigio avvenne. Renato Angiolillo, passò casualmente per Ponte Milvio e notò un ragazzino malnutrito che fissava il Tevere. Preso da un senso di pietà, Angiolillo pose una mano sulla spalla del giovane, e siccome quello non toccava cibo da giorni, lo invitò a cena in un ristorante alla moda, in piazza del Popolo. Secondo una leggenda metropolitana, quello scugnizzo dovrei essere io. Angiolillo mi assunse da un piccolo foglio del pomeriggio per portarmi alla redazione de Il Tempo. Dove ebbi il primo battesimo della cronaca: scesi nel profondo del mare di Capri dentro un trabiccolo detto. Scesi con l’ingegnere Pietro Vassena negli abissi, proprio in faccia a Capri. Figura non secondaria è Renato Angiolillo, il più geniale giornalista-editore del Novecento. Ho nitido il ricordo di quando mi salutò mentre partivo per Capri. Si assestò il monocolo nell’occhio sinistro, alla maniera del grande Eric von Stroheim, e mi disse: «Ne’, guagliò, statevi accuorto. Io non ci andrei mai in quella cassa da morto galleggiante». C’è il tempo della semina e quello della raccolta, così accadde anche a Il Tempo, quando divenne la voce più ascoltata del Centro Sud.
Io, sulla terrazza di Palazzo Wedekind
Come Salvalaggio raccontò l’incontro col fondatore
