Strada tutta in salita per il testo base sulle riforme all’esame della commissione Affari costituzionali. Una montagna di emendamenti grava sul percorso del nuovo Senato e del Titolo V: le proposte di modifica sono ben 5.200. I correlatori sono la presidente della commissione Anna Finocchiaro (Pd) e il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (Lega). Proprio quest’ultimo ha fisicamente portato il carrello nella segreteria della commissione con i 3.806 emendamenti presentati solo dal Carroccio (contro il 171 del M5S, i 140 del Pd, il centinaio di FI, i 25 di Popolari per l’Italia, 13 di Ncd, più altri a titolo personale di diversi senatori). Calderoli lamenta la mancanza di dialogo con il ministro Maria Elena Boschi. E lascia aperto uno spiraglio a un possibile ritiro di buona parte delle proposte nel caso si trovi «un’interlocuzione seria». L’atteggiamento della Lega si rapporta anche al fatto che la commissione il 6 maggio scorso votò l’ordine del giorno Calderoli per il Senato elettivo procedendo comunque al successivo voto sul testo base del governo (che esclude l’elezione diretta) che fu approvato, peraltro con i voti della stessa Forza Italia che aveva appoggiato il documento dell’esponente leghista. Altro macigno che pesa sul percorso il no deciso di FI al modello francese indicato per il Senato. Il capogruppo Paolo Romani non ha lasciato margini: «È inaccettabile». L’elezione indiretta dei senatori non piace anche alla minoranza interna del Pd, che però nei gruppi parlamentari minoranza non lo è affatto. Entro oggi si conosceranno gli emendamenti dei correlatori Finocchiaro e Calderoli, fra i quali potrebbero anche individuarsi le possibili soluzioni di compromesso. A rendere più incerta la situazione, la circostanza che in commissione i numeri per la maggioranza sono davvero esigui. Il popolare Mario Mauro può risultare decisivo, come avvenne in occasione del passaggio dell’Odg Calderoli, quando la scelta dell’ex ministro della Difesa si sommò con l’assenza al momento della votazione del democratico «dissidente» Corradino Mineo, firmatario del ddl Chiti. L’irrigidimento di FI sulla mediazione Pd sul modello francese, ha fatto scattare l’allarme in casa Dem. Tanto che si starebbe valutando la sostituzione in corsa proprio di Mineo con un senatore renziano: Stefano Collina. «È tutto il giorno che gira la voce che mi vogliono cacciare. Se mi vogliono sostituire, mi sostituiscano - tuona Mineo - Io non mi dimetto. Non ho motivi per lasciare». La sostituzione di Mineo con un senatore renziano potrebbe garantire al Pd un fronte unito al momento del voto in commissione. Se FI dovesse tirarsi fuori dal patto, infatti, le sorti della riforma sarebbero appese a un unico voto di scarto. Ed è per questo che la compattezza della maggioranza deve essere assoluta. Il voto di Mineo - per nulla convinto sul modello francese - potrebbe diventare determinante. Ieri durante la riunione del gruppo Pd al Senato, il capogruppo Luigi Zanda ha rivolto un appello alla compattezza, citando il caso Mineo. «Da mesi il dibattito procede per anatemi, anziché con un confronto vero sui contenuti: conservatori, pasdaran, se non sabotatori», tuona dal canto suo Chiti, primo firmatario del ddl alternativo a quello presentato dal governo e chiede più concertazione per coinvolgere anche Sel, M5S e Lega, accantonamento del modello «finto francese», elezione diretta e un nuovo Titolo V che rappresenti «un riordino razionale delle competenze tra Stato e Regione e non una brusca ricentralizzazione». Nel frattempo si va verso un rinvio del provvedimento sull’anticorruzione atteso in aula al Senato il 10 giugno. Il governo starebbe predisponendo un ddl ad hoc.
Oltre cinquemila emendamenti per non cambiare il Senato
Strada tutta in salita per il testo base sulle riforme all’esame della commissione Affari costituzionali. Una montagna di emendamenti grava sul percorso del nuovo Senato e del Titolo V: le proposte...
