Matteo Renzi ha sempre affermato che sono il merito e le competenze il criterio principale per scegliere le persone che guidano gli uffici e le aziende pubbliche. Ma nel caso del successore di Attilio Befera a capo dell’Agenzia delle Entrate questo principio sembra venir meno. Almeno a giudicare dalle apparenze e dalle intenzioni. Accade infatti che la persona che può assicurare la continuità nella gestione della complessa macchina del fisco italiano sia il numero due dell’Agenzia: Marco Di Capua. Lui cinquantacinquenne, ex ufficiale della Guardia di Finanza, è dal 2008 vice direttore vicario dell’Agenzia delle Entrate. E il suo nome è la garanzia che in un posto così difficile, viste le ire dei contribuenti dopo i salassi di questi anni, può essere assicurata una transizione morbida e senza strappi. Troppo semplice. E infatti tra le candidature per la poltrona di mister Fisco è spuntata da qualche tempo anche quella di un magistrato. Non uno qualunque, ma un pezzo da novanta del pool di Mani Pulite di Milano come il procuratore Greco che forse stanco dei faldoni del palazzo di Giustiza di Milano, invia curriculum per assumere incarichi in altri settori della pubblica amministrazione. Di lui si parlò qualche anno fa come possibile presidente della Consob, vista la sua dimestichezza con i numeri e i bilanci. Ebbene, stando ai rumors e a indiscrezioni a mezzo stampa , all’inizio il premier avrebbe bocciato il magistrato alla guida di un organismo così sensibile nelle preferenze e negli umori degli elettori. In fondo un togato alla guida del fisco avrebbe confermato l’intenzione e la volontà di continuare una politica dai toni repressivi nei confronti dei contribuenti. Sembrava così fatta per Di Capua. Poi all’improvviso è successo qualcosa, e Renzi non vuole più una scelta interna ma punterebbe senza indugi sul magistrato. Un cambio di strategia a prima vista incomprensibile. Ma non tanto se si tiene conto della predilezione che il presidente del consiglio sembra nutrire per le toghe in ruoli delicati. Già, nelle sue scelte più o meno recenti figurano un pm proposto per assumere l’incarico di ministro della Giustizia. Il prescelto era Nicola Gratteri, la cui nomina fu fermata dall’appello alla prudenza del presidente Giorgio Napolitano. Tentativo non fallito, quello di affidarsi a un magistrato, nel caso del sottosegretariato agli Interni, che è andato proprio un magistrato come Domenico Manzione. Infine solo qualche mese fa per sminare il terreno dell’Expo 2015 la chiamata alla armi del pm Raffaele Cantone, già commissario anticorruzione per vigilare sugli appalti milanesi. Alle Entrate speriamo vada un esperto in materia.
La grande guerra per le Entrate. Renzi vuole un giudice, l’ennesimo
