Politica

Dietro lo sciopero Rai tutti i veleni del Pd

Cuperlo: quell’agitazione è un errore. Morando pronto al dialogo. Ma i tagli vanno fatti Quando Matteo puntava 4 milioni per farsi una televisione tutta sua

Si farà o non si farà lo sciopero Rai contro la spending review? Questo lo decide oggi l’Autorità di garanzia nei servizi pubblici essenziali, ma una cosa è certa: l’agitazione annunciata dall’azienda di Viale Mazzini ha scosso dalle fondamenta il concetto stesso di «politically correct» nel Pd. Sì, perché lo sciopero, proclamato da uomini e donne di sinistra, contro il più potente governo di sinistra della storia Repubblicana (il 40 per cento non si discute), proprio nel giorno del trentennale della scomparsa di Enrico Berlinguer, è il sintomo di un malessere profondo non della Rai, non del Paese e nemmeno del governo. Ma del primo partito del Paese, il Pd. «Che la Rai debba tagliare degli sprechi e riorganizzare le sue risorse, ma scegliendo su quali asset editoriali e industriali investire, è una cosa di buon senso - ha dichiarato ieri Gianni Cuperlo - Che la Rai debba valutare in autonomia dalla politica come indirizzare il suo bilancio pure. Che sia utile un confronto sull’insieme di queste scelte, va di suo. Che fissare uno sciopero generale dell’azienda l’11 giugno, nel trentesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, non sia una coincidenza, ma un errore, per quel che vale lo penso e lo scrivo qui». Sì, ma quello sciopero non è contro la destra, ma contro il segretario del partito e premier, Matteo Renzi. Il senatore Pd Corradino Mineo, uno che sulla Rai la sa lunga, ha dichiarato: «Hanno ragione quelli che dicono che lo sciopero non è stato organizzato neanche quando Berlusconi ha fatto l’editto bulgaro - ha detto l’ex direttore di RaiNews24 - Ma io amo la Rai, ci ho vissuto con onore per 35 anni, e ho paura che anche questa volta saranno i migliori a pagare». E cosa potrebbe risolvere uno sciopero? Sempre che l’Authority lo consenta. Di certo quello sciopero non sarà in grado di sanare la frattura profonda interna ad un partito che, per mezzo secolo, ha considerato la cultura, l’arte e la comunicazione «cosa propria» e che, oggi, si trova a dover fare i conti con la realtà. La sveglia l’ha suonata, proprio ieri, il viceministro per l’Economia, Morando: il risparmio di 150 milioni chiesto alla Rai «va fatto». Anche la Concessionaria del servizio pubblico televisivo «dovrà contribuire come tutte le società pubbliche» a finanziare il bonus Irpef di 80 euro. E l’autonomia finanziaria delle sedi regionali per legge è «una stortura». Il senatore Gasparri, autore della sofferta legge che ora Renzi vuole demolire, ha detto scherzando, che alla Rai dovrebbero fargli una statua equestre da mettere sopra il famoso cavallo di viale Mazzini. Dove si comincia a sentire il grido: «Aridatece Maurizio».

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