«Quella di Domenico Siniscalco è stata una regalia alle banche». Questa la conclusione a cui è arrivato il sostituto procuratore della Corte dei conti del Lazio, Ugo Montella, nel chiedere la condanna dell’ex ministro del Tesoro al pagamento di 71 milioni di euro in favore dell’Istituto per il credito sportivo (Ics). Interpretazione condivisa anche dal Tribunale amministrativo del Lazio che, in una recente sentenza, bolla come «aiuti di Stato» gli utili di cui hanno beneficiato Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Unicredit, Intesa San Paolo, Banco di Sardegna, Dexia Crediop e Assicurazioni generali. La stessa somma che la Procura contabile contesta come danno erariale a Siniscalco, l’Ics l’ha chiesto come risarcimento alle banche, in sede civile. Insomma, in caso di condanna, a pagare per quell’«aiuto di Stato» - come l’ha definito il Tar - o «regalia», come l’ha definita il pm contabile, o sarà l’ex ministro o saranno gli istituti di credito. L’Istituto per il Credito Sportivo è l’unica banca pubblica sopravvissuta alle privatizzazioni degli anni ’90. Non è stata mai trasformata in società di capitali per la particolare composizione del patrimonio. Dal 1983 al 2004 gli apporti statali (confluiti nel «fondo patrimoniale» per un totale di 507,4 milioni di euro) hanno consentito all’istituto di fruire di una provvista a costi molto sostenuti e di generare ingenti utili. Tale provvista è stata utilizzata per finanziare la realizzazione del 75% circa degli impianti sportivi nazionali. A ciò si sommava il «fondo di garanzia», alimentato dal versamento da parte del Coni dell’aliquota del 3% (poi ridotta al 2%) sugli incassi lordi dei concorsi pronostici, come il Totocalcio. Mentre ai privati, in base allo statuto del 1984, era concesso di partecipare al «fondo di dotazione» (per una somma che nel tempo è arrivata a 9,6 milioni di euro) senza alcuna possibilità di liquidazione delle quote e con un diritto alla distribuzione degli utili non superiore al 9% del capitale versato annualmente. Gli utili non distribuiti passavano alle riserve, che nel 2005 supervano i 600 milioni di euro. Un piccolo tesoretto su cui, grazie a una modifica dello Statuto dell’Istituto di credito sportivo del 4 agosto 2005, anche i privati possono vantare diritti. «E così dal 2006 in poi - è la ricostruzione che fa la procura contabile - le quote di utili distribuiti alle banche, che non mettevano quasi niente, si impennano perché l’ente produce utili spaventosi. In più viene inserita il diritto di recesso da parte che dava ai privati la possibilità di aggredire anche le riserve dell’ente». Nel 2012 l’Ics viene commissariato dalla Banca d’Italia e i due commissari straordinari sollevano la questione. Viene investita l’Avvocatura dello Stato che sollecita la presidenza del Consiglio ad annullare d’ufficio la modifica statutaria. Quel decreto del 6 marzo 2013 è stato poi impugnato davanti al Tar del Lazio. I giudici amministrativi l’hanno però respinto: «Le modifiche del 2005 allo Statuto dell’Ics - si legge nella sentenza del 16 maggio scorso - hanno prodotto notevoli benefici economici ai partecipanti privati al "fondo di dotazione", in modo del tutto sproporzionato rispetto agli apporti patrimoniali conferiti all’istituto. È evidente allora, in linea con l’interpretazione della Commissione europea, l’emersione di profili di aiuti di Stato». «Se non ci fosse stato l’annullamento di ufficio - ha spiegato il pm contabile nella requisitoria di ieri - le banche avrebbero potuto avanzare una pretesa sui 700 milioni di euro che costituiscono oggi la riserva statutaria». Per quando riguarda l’addebito, secondo il sostituto procuratore Montella «le scelte finali sono state fatte da Siniscalco (prima direttore generale e poi ministro del Tesoro) che era nelle condizioni di rendersi conto. Più volte infatti era stato avvertito del rischio di ciò che sarebbe potuto avvenire dal suo consigliere giuridico, dai direttori generali e da alcune interrogazioni parlamentari a lui indirizzate. Il suo non è stato un gesto di negligenza, bensì una scelta consapevole». Dopo aver ricoperto per diversi anni la carica di presidente di Assogestioni, associazione che riunisce i fondi comuni di investimento, Siniscalco attualmente è il numero uno per l’Italia della banca d’affari newyorchese Morgan Stanley. E ora pesa come un macigno il danno erariale contestato dalla procura contabile di 71.090.779 euro, pari alla quota di utili impropriamente distribuita proprio alle banche. Per il suo legale, l’avvocato Fabrizio Viola, la «buona fede» è dimostrata dal fatto che: «Siniscalco si è opposto alla pubblicizzazione dell’Ics, che avrebbe significato dare alle banche soldi pubblici».
Siniscalco e i 70 milioni «regalati» alle banche
L’accusa della Corte dei conti all’ex ministro: danno erariale per l’«aiuto di Stato» agli istituti
