Governo e riforme, Europa, Nazareno. Gestire il consenso non è mai facile e Matteo Renzi lo sta scoprendo adesso. Dall’8 dicembre - quand’è diventato segretario del Pd - in poi è stata un’ascesa continua, fino al 40,8% ottenuto alle europee e all’en-plein alle amministrative. Ora il premier deve gestire la legittimazione elettorale ricevuta dagli italiani giocando su tre fronti. EUROPA L’Italia e il Pd avranno un ruolo nevralgico nel nuovo esecutivo continentale. Non è dato sapere quando Ppe e Pse si metteranno d’accordo sulla presidenza della Commissione, qualcuno ipotizza addirittura dicembre. Ma un dato è chiaro: mai come stavolta l’Italia sarà centrale. Per prima cosa perché il primo luglio inizierà il nostro semestre di presidenza Ue. Ma anche perché il Pd è il primo partito all’interno del Pse. L’obiettivo di Renzi è ambizioso: ottenere il capogruppo del Pse - si parla di Gianni Pittella - e il commissario allo Sviluppo economico, per cui si fanno i nomi di Lorenzo Bini Smaghi e del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Anche se Massimo D’Alema ed Enrico Letta non hanno ancora riposto i sogni europei nel cassetto. Riunendo i 31 europarlamentari del Pd al Nazareno dopo la Direzione nazionale, Renzi li ha spronati: «La delegazione del Pd è ampia e dev’essere determinante». David Sassoli è stato confermato capodelegazione del Pd a Strasburgo. GOVERNO E MAGGIORANZA Coraggio, orgoglio, responsabilità e speranza. Renzi in Direzione declina il vocabolario Dem, ormai riscritto dopo il voto europeo. Per il premier il Pd ormai è «il partito della nazione». Il ragionamento su quello che lo stesso Renzi ha definito «un nuovo inizio insieme» lambisce anche il governo, sulle cui sorti il peso del risultato elettorale ricade pienamente nel bene come nel male. Giugno sarà un mese «cruciale» per le riforme, sulle quali Renzi ribadisce: «Nessun rinvio» e chiarisce che la riforma del Senato «va ripresa rapidamente e subito dopo, entro l’estate, bisogna chiudere il capitolo legge elettorale». Il 13 giugno viene confermata la data per il via libera alla riforma della Pa, «con uno o due provvedimenti», mentre il 20 giugno verrà varato un provvedimento sulla competitività. L’obiettivo è arrivare al semestre europeo con buona parte dei compiti a casa svolti. Toni sfumati invece sulla delega fiscale: il Cdm non si terrà questa settimana. Non cambia, invece, il traguardo del capitolo giustizia: «Il ministro Orlando si accinge a presentare al governo nel mese di giugno», dice Renzi. Confermate le scadenze per il lavoro («la madre di tutte le battaglie») con «passi in avanti sul Ddl delega»; per la riforma del Terzo settore e gli investimenti «sulla politica industriale». In Direzione Renzi affronta anche il tema della maggioranza. «Nessuno di noi farà campagna acquisti in Parlamento ma siamo disponibili a ragionare e a riflettere», anche perché «immaginando che l’orizzonte della legislatura è il 2018 è fisiologico». Il tutto anche per la «scomparsa di alcuni partiti politici». Da giorni ormai si parla della nascita di un gruppo parlamentare «spalla» del Pd, sia alla Camera che al Senato. Una formazione capace di mettere insieme Psi, Sel, ex M5S e Sc e che, soprattutto al Senato, rappresenterebbe più che un semplice puntello alla maggioranza. Alcuni parlamentari del partito fondato da Mario Monti vengono dati già sulla strada per il Nazareno. Andrea Romano parla del superamento di Sc con «la creazione di un soggetto liberaldemocratico autonomo ma strategicamente collocato nel centrosinistra e alleato con il Pd». Al Pd di Renzi guarda anche Linda Lanzillotta: «È quello che avrei voluto quando l’ho lasciato nel 2009». E Monti ammette che «la linea che Renzi sta affermando è la linea del mio governo». PARTITO DEMOCRATICO Il 40,8% regala al premier-segretario anche la prima vera luna di miele con l’establishment democratico. Se durerà è presto per dirlo. Renzi invita tutti a partecipare alla gestione del partito. Una gestione unitaria che ha una condizione: chi entra condivide gli obiettivi. Basta scontri come quelli con Cuperlo e Fassina, la segreteria - che va rimpastata dopo l’ingresso di quattro membri nel governo - è aperta a tutti. Ma niente «spartizioni correntizie». La gestione unitaria, appunto. Ma il segretario del Pd al 40% mette in chiaro che chi entra, poi condivide gli obiettivi. Gli assetti verranno definiti nell’assemblea nazionale di sabato 14 giugno. Per la presidenza - vacante dopo le dimissioni di Cuperlo - resta in pole Paola De Micheli, che ha scavalcato Pier Luigi Bersani. In segreteria (che forse verrà ampliata negli incarichi) ci saranno ingressi da Area riformista e giovani turchi. Pippo Civati invece non ci sarà. «Le conversioni sono all’ordine del giorno, io rimango sulle mie posizioni», dice alludendo a Fassina che aveva detto: «Onore a Renzi, uomo giusto al posto giusto». Nell’esecutivo del Nazareno potrebbero entrare Matteo Orfini per i giovani turchi e Michaela Campana per i riformisti. Il 14 giugno sarà per Renzi «una ripartenza e un nuovo inizio insieme. L’Assemblea non può essere la sommatoria delle correnti o la rappresentazione post congressuale, non interessa a nessuno». L’immagine simbolo è la foto di gruppo che ha provocato «polemiche allucinanti» e che invece è stata «una delle cose più belle. Nessuno è salito sul carro, c’è un partito convinto e consapevole di poter discutere al suo interno con serenità. Oggi che ha vinto il Pd è bellissimo pensare che la foto di gruppo è la foto di un Pd che tutto insieme avverte la responsabilità di dover combattere e in Europa». L’obiettivo «è mettere residenza al 40%» e non «vivere la soddisfazione di un istante».
Italia e Ue. Matteo gioca su due tavoli
Il premier in Direzione Pd rilancia le riforme: «Giugno mese cruciale» Ma in Europa la strada si fa in salita
