Politica

Grillo a Piazza San Giovanni: "Vinciamo noi"

Gli elettori del MoVimento 5 Stelle riempiono la piazza in attesa del leader. Gridano: “Onestà! Onestà”. E ancora: “Fuori la mafia dallo Stato"

Grillo arriva a Roma e il cielo si riempie di nubi colme di tempesta. La pioggia in realtà è stata poca, non ha scomposto la folla che ha riempito Piazza San Giovanni. Ma i tuoni sono arrivati dal palco. Mentre il crepuscolo romano colorava le statue dell’Arcibasilica Papale e il pomeriggio si trasformava nella sera che avrebbe accolto il grande leader, le uscite della metropolitana vomitavano fiumi di grillini. E via via dal Laterano, Porta Maggiore, viale Manzoni, come affluenti di un enorme lago, ingrossavano la massa riunita sotto il vessillo delle 5 Stelle che si è data appuntamento nella piazza storica della sinistra per convincersi che l’ora è finalmente giunta; che “#vinciamonoi!”. “Mandiamo tutti a casa”, stavolta ci siamo, si ripetono in infiniti echi di reciproca soddisfazione gli astanti e gli oratori. La scuderia di primo livello è lì ben prima delle 21, per aprire la strada alla festa di chiusura di una campagna elettorale in cui il volto muscolare del Movimento l’ha fatta da padrone. Con tutti gli altri in fila a difendersi dai colpi, trascinati dall’avversario nel suo stesso gioco. Anche in questa occasione non vanno per il sottile. Alessandro Di Battista non ci pensa troppo a dire che “il Capo dello Stato è il principale responsabile dell’indecenza attuale della Repubblica italiana”. Però crede nel sogno, Dibba, che “è già realtà”. “Abbiamo vinto”, dice, ma per precauzione chiede a tutti di “adottare un indeciso”. Poi il momento di amarezza: “Tutti abbiamo un Pd in casa”. Indecisi e democratici: nemici assoluti. Di più: scemi e mezzi italiani. Dopo gli applausi a Falcone nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, Paola Taverna è cristallina nell’esprime il concetto con inclinazione romanesca: “Co quelli del Pd non ce parlo più, che fai? Parli coi scemi? Se sei indeciso per chi votare sei complice. Come c…o fai a essere italiano?”. E giù applausi. Gli interventi vengono interrotti dai cori della gente che si fa via via più numerosa. “Onestà! Onestà”. E ancora: “Fuori la mafia dallo Stato”. Parla Fico, ammesso al comizio nonostante lo scontro sul canone Rai col capo reticente a pagare il balzello. Il suo momento è sempre più vicino. Ormai sono passate le 21. Anche se aveva già fatto una comparsata a metà pomeriggio. Ma il comizio finale è in chiusura. Dal maxischermo viene proiettato un video che riassume i “7 punti per l’Europa”, gli stessi stampati a chiare lettere nei volantini distribuiti in numero copioso per il “bivio 25 maggio”. A ben vedere sono sette colpi mortali contro la governance economica dettata da Bruxelles: referendum per la permanenza nell’euro, abolizione del fiscal compact, abolizione degli Eurobond, alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune, investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio, finanziamenti per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni, abolizione del pareggio di bilancio. Un piano di guerra. La linea è certa: il Movimento vuole vincere per scardinare il sistema. Lo dice a chiare lettere Grillo quando finalmente arriva. “Nel 2011 hanno detto che eravamo falliti, ma non potevamo fallire. Metà del nostro debito era nelle mani della banche tedesche e francesi. Non fai fallire chi ti deve tanti soldi”. La folla è in estasi. Si muove come un magma. Riceve nutrimento dalle parole del suo leader, lo mastica, e consuma rabbia. All’indirizzo di Equitalia e Berlusconi vengono recapitati inviti qui irripetibili. Il turpiloquio diventa legittimazione di pensiero. Grillo li galvanizza. C’è una pausa perché qualcuno, nell’immensa massa di corpi in movimento, ha accusato un malore. “Dovevate venire in meno”, scherza il comico, che poi insiste: “Bisogna andare lì e far capire che il debito o lo spalmiamo o non lo paghiamo più”. “Noi vinciamo e stravinciamo. Andiamo in Europa a dire che il nostro debito è illegale”. Urla. È un fuoco. Ricorda a tutti che quello di domenica è "il voto più politico". Spinge così forte coi polmoni che il discorso si tramuta in un frastuono quasi indecifrabile, qui, a pochi metri dal palco e dalle casse. Quando arriva Casaleggio, con quella voce delicata, senza troppa grammatura e un po’ impastata, l’effetto di rottura è surreale. “Io non sono abituato a gridare”, spiega quasi giustificandosi. È emozionatissimo, lui che è “abituato a parlare al massimo a dieci persone”. Lo si percepisce. Coperto da un lungo impermeabile, ha il berretto in testa, i capelli incontrollabili che, così, gli si chiudono in cornice intorno al volto. Chiama il suo popolo a raccolta sotto il nome di Berlinguer. Strana associazione. "Renzi si sciacqui la bocca adesso". Poi si fa guida religiosa, scimmiottando Giovanni XXIII invita i fedeli a fare un gesto di umana compassione; “A chi dice che noi gridiamo e basta”, ecco, “fate una carezza - azzarda - e dite ‘questa è la carezza del Movimento’”. I candidati sconosciuti a Grillo e “alle procure” arrivano solo sul finale. Vengono fatti accomodare dal comico. La ciurma risponde come una scolaresca in gita di fronte al professore. Non diranno nulla. In tanti, è quasi certo, siederanno a Strasburgo e a Bruxelles. Ma ormai è tardi. La pioggia si fa più intensa e gli ombrelli scalpitano. È ora di congedarsi. Prima però si canta tutti insieme l’inno. “Pugni sul tavolo” lanciati contro l’aria bagnata della piazza in festa, e pur tuttavia sempre arrabbiata.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.