Politica

È finita, finalmente

di Andrea Mancia

Alla fine le piazze. Con le adunate oceaniche (Grillo), quelle un po' meno oceaniche (Renzi) e quelle all'insegna dell'understatement, tipiche di chi gioca in difesa (Berlusconi). Ci sembreranno surreali, queste ventiquattr'ore di silenzio elettorale che ci attendono, dopo le urla e gli show sopra le righe a cui abbiamo assistito finora. Perché se è vero che la politica italiana - ormai da tempo - non si distingue certo per moderazione e assennatezza, è anche vero che in questa campagna elettorale si è spesso oltrepassato il limite della decenza. Chi si azzanna alla gola per l'eredità morale di Enrico Berlinguer (ma Renzi non era il simbolo di una sinistra «nuova»?) e chi fa a gara nel citare Hitler più a sproposito degli altri. Tutti, senza distinzioni, esasperano il livello dello scontro e puntano sui difetti dell'avversario più che sui programmi o le idee. Le motivazioni profonde di questa estremizzazione del conflitto democratico sono semplici da comprendere. I partiti e i loro leader cercano, fino all'ultimo istante utile, di motivare ed eccitare le proprie basi elettorali. Perché hanno capito che, in uno scenario caratterizzato da un astensionismo record, la loro sopravvivenza è appesa alla capacità di mobilitare il maggior numero possibile di «fedeli». È il più classico dei cani che si morde la coda, però. Con i leader che urlano per compattare le proprie basi e i cittadini «normali» che si allontanano, infastiditi dal frastuono. Quando poi, lunedì, ci accorgeremo che il partito del non voto sarebbe maggioranza schiacchiante, con qualsiasi sistema elettorale, sarà il caso di affrontare seriamente il problema. Senza urlare, magari.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.