A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, sembra chiaro che il vincitore morale della battaglia delle piazze sia il MoVimento di Beppe Grillo. Senza nascondersi dietro il dito dell’ipocrisia si deve dare atto al comico di essere riuscito a radunare decine di migliaia di persone intorno alla sua persona. Perché, al contrario di quanto affermato da alcuni, il popolo non va per i candidati, va in piazza per ascoltare lui. Eppure, dietro tutta questa miriade di luci, di parole urlate, di minacce di repressione che farebbero rabbrividire chiunque abbia un po’ di senno, ritorna in mente quanto scritto dal poeta inglese John Keats: «I fanatici hanno i loro sogni, nei quali intessono un paradiso per una setta». C’è sicuramente qualcuno tra i grillini che si arrabbierà per la definizione di setta, ad altri invece l’idea piacerà. Però niente toglie che nelle piazze vere e su quelle telematiche il grillismo abbia solo lasciato dietro una lunga striscia di veleno. Seguendo il ragionamento di Carl Gustav Jung si può dire che «Il fanatismo non è altro che un dubbio ipercompensato». Questo spiegherebbe la mancanza di una sana dialettica con l’avversario. Nelle discussioni sui siti grillini, o presunti tali, si finisce sempre con un «io so tutto e tu sbagli». Leggendo il programma, partendo dalla richiesta di uscire dall’euro con un referendum all’abolizione della necessità del quorum, al carcere per i giornalisti ai processi sommari, sembra proprio che l’idea di Pasolini si sia concretizzata: «Non esiste razionalità senza senso comune e concretezza». Le richieste sono favolose. Le dimensioni dell’odio sembrano essere diventate il parametro per il giudizio di chi sia più grillino. Ma non c’è nulla di nuovo in tutto questo bailamme. Anzi. Forse, all’inizio il MoVimento avrebbe anche potuto rappresentare un nuovo tipo di stile politico. Ma neanche questo è in fondo vero. Tutt’altro. Aveva, quindi, ancora una volta ragione Flaubert quando scriveva, nel 1856, in Madame Bovary: «L'incanto della novità, cadendo a poco a poco come una veste, mette a nudo l'eterna monotonia della passione che non cambia mai forma, non cambia mai linguaggio». Ma ora l’incantesimo è finito e si vede tutto per quello che è. L’eterno ritorno dell’uguale. Il grillismo non è nulla se non la riedizione di un leninismo portato su internet. Il leninismo 2.0 della rivoluzione digitale che annienta il kulako contemporaneo. Che idolatra il movimento-partito. L’odio di classe è stato declinato in odio del diversamente pensante. Le dimensioni dell’interagire con l’avversario hanno lasciato spazio all’odio radicale. Proprio ora come allora, il desiderio è quello di sterminarli tutti. Ma la truffa di allora è venuta a galla. Anche questa sarà l’ennesima dimostrazione che aveva ragione Joseph de Maistre: «Non sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che guida gli uomini». La fagocitazione dell’ideologia grillina è intrinseca al suo stesso modo di agire. Proprio come aveva già previsto Augusto del Noce, il filosofo: quando si parte dal desiderio di distruggere tutto, la distruzione disintegra anche il distruttore. Quindi, se il grillismo è solo l’ennesima declinazione di un movimento già visto e rivisto. Se la novità alligna soltanto nel nome, perché attira? Attira la rabbia? Il volontarismo, l’azione, l’idea della marcia per non marcire? Si vedrà, ma ora come ora, è inquietante che una piazza si riempia per qualcuno che invoca carcere, processi sommari stile Iran, e violenze settarie. Per poi andare nei salotti televisivi e presentare la versione “buonina” delle stesse idee.
E se Grillo fosse un Lenin 2.0?
