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«Condannate Pier Silvio e Confalonieri» L’ultimo assalto dei pm di Milano

Luca Rocca Condannate Pier Silvio Berlusconi per l’affaire Mediatrade. La procura di Milano, a tre giorni esatti dal voto europeo, ha chiesto tre anni e due mesi di reclusione per il vicepresidente...

Condannate Pier Silvio Berlusconi per l’affaire Mediatrade. La procura di Milano, a tre giorni esatti dal voto europeo, ha chiesto tre anni e due mesi di reclusione per il vicepresidente Mediaset, figlio di Silvio Berlusconi, e due mesi in più per il presidente Fedele Confalonieri, colpevoli, secondo il pm Fabio De Pasquale, di frode fiscale. Il «caso Mediatrade» è una «costola» del processo Mediaset riguardante le fatture gonfiate che avrebbero permesso al «Biscione» di evadere il fisco e creare fondi neri, e che si è concluso con la condanna definitiva del Cavaliere. Il pm Fabio De Pasquale, lo stesso del processo Mediaset, ha spiegato che di fronte al sistema messo in piedi per frodare il fisco, per Pier Silvio Berlusconi e Confalonieri era «necessario trovare un punto di equilibrio tra la loro volontà di voler rimanere fuori e il dolo per non aver impedito ed essersi adeguati all’andazzo, e la loro posizione formale» ai vertici dell’azienda. La procura, dopo aver stabilito che il secondo reato contestato agli imputati, l’appropriazione indebita, è prescritto, ha chiesto anche la condanna, oltre che di tre manager, del produttore Frank Agrama, ritenuto il «socio occulto» di Silvio Berlusconi, colui che si occupava di gonfiare i prezzi. Se contro Confalonieri la procura ha portato in aula la testimonianza di un grossista di diritti tv, Silvio Sardi, che lo avrebbe informato di certe anomalie nell’acquisto dei film, l’accusa contro Pier Silvio Berlusconi si basa essenzialmente sulla convinzione che il rapporto con Agrama non venne interrotto perché, dicono i pm, «Pier Silvio a questo punto non può dire di no» e anche se «lui non vuole essere immischiato, vuole restarne fuori», è «pensabile essere presidente e amministratore delegato della società che compra i diritti e volerne restare fuori? Non si può». Inoltre per De Pasquale, quando qualcuno informa anche Pier Silvio di alcune stranezze «lo sventurato tacque perché non poteva parlare». Tutto chiaro, dunque? Neanche per idea. I «buchi logici» del processo Mediatrade sono, infatti, moltissimi. Il primo. Nel caso è inizialmente coinvolto, come indagato, anche il Cavaliere, che secondo l’accusa è il «grande regista» della frode fin dagli anni ’80, tanto che per tutto il processo il suo nome aleggia come quello di un colpevole sfuggito alla giustizia. Solo che Silvio Berlusconi da questo processo ne esce prosciolto in udienza preliminare «per non aver commesso il fatto». Decisione confermata dalla Cassazione. Il giorno in cui il giudice emette questa sentenza, l’avvocato di Pier Silvio, Filippo Dinacci, afferma che «la decisione è importante perché va a colpire l’intero impianto accusatorio, ora si tratterà di portarla alla coerente conseguenza alla quale non potrà non seguire una assoluzione degli imputati in dibattimento». E invece non andrà così. Da qui si dipana il secondo «buco» del procedimento Mediatrade. Se quello che per la procura di Milano è un sistema collaudato di frode fiscale che andava avanti fin dagli anni ’80 (quando Pier Silvio era un ragazzino), e se il deus ex machina è Silvio Berlusconi, non è un controsenso logico prosciogliere l’ideatore della truffa e condannare suo figlio e Confalonieri? La terza incongruenza è nel merito. Nel processo sono state prodotte le «procure speciali» con le quali venivano conferiti ad altri soggetti i poteri aziendali concernenti l’amministrazione fiscale. Significa che Pier Silvio Berlusconi non si è mai occupato di questioni fiscali. E significa anche che il figlio del Cavaliere non ha mai firmato neppure le dichiarazioni dei redditi. Infine il «buco» più eclatante. Dall’inchiesta Mediatrade «madre» di Milano nasce, nel 2010, un procedimento parallelo a Roma. La procura chiede il rinvio a giudizio per Silvio e Pier Silvio, ma il gup emette una sentenza di «non luogo a procedere» con questa motivazione: «Il fatto non sussiste». I pm ricorrono in Cassazione, che però, nel marzo 2013, conferma la decisione del gup: il fatto non sussiste.

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