Della Lupa Capitolina si sa tutto e allo stesso tempo poco. Inizialmente datata come etrusca fusa nella bassa valle tiberina, studi più recenti al carbonio 14 la farebbero risalire al XII secolo, pieno Medioevo. Ma su una cosa non esistono dubbi: se si chiede a un romano quale sia il simbolo della città, egli non risponderà mai il Colosseo. Dirà la Lupa. L’Anfiteatro Flavio è roba da turisti. Lei no, lei è Roma, la sua culla. Origini e storia di un villaggio di pastori che dominò il mondo. Per questo stupisce l’idea dell’assessore comunale Marta Leonori di volerla mandare in soffitta, sostituendo il brand commerciale della Capitale proprio con il Colosseo. Una proposta nei confronti della quale c’è stata una vera e propria levata di scudi capeggiata da Gigi Proietti. Con artisti e intellettuali in totale disaccordo con l’iniziativa della giunta Marino: perché se vuoi togliere la Lupa vuol dire che Roma proprio non la conosci. Ma il precipitoso dietrofront della giovane Leonori suona più come un’improvvida conferma: «Il logo non è in disussione, né la Lupa né il famosissimo Spqr . Qui è in discussione solo il brand turistico commerciale: quello scelto due anni fa, con il vincolo di contenere la Lupa, si è dimostrato poco efficace». Forse non piace perché lo adottò l’ex sindaco Alemanno nel 2010. O forse chissà. Di certo Roma ha un brand già forte: se stessa, la sua storia. Già, la storia. Solo sulla sigla Spqr citata dalla Leonori si sono scritti libri: quell’epigrafe nell’oro del sole e nel rosso di Marte - i colori della città - sta a significare tante cose. L’unione tra patrizi e plebei. E la «q» in origine stava per Quiritium - il popolo dei quiriti dal dio Quirino cioè Romolo, il dio delle curie, le tribù Tities , Luceres e Ramnes - e non per la congiunzione qe . E poi c’è lei, la Lupa. La leggenda narra che abbia allattato nella propria tana - il lupercale - Romolo e Remo e proprio sul Palatino è stata ritrovata la dimora del primo re e i buchi dei pali delle palafitte delle tre tribù che costituirono il primo insediamento arcaico. I gemelli furono portati alla Lupa dal Tevere: figli della vestale Rea Silvia - o Ilia in quanto discendente di Enea - violata dal dio Marte e per questo imprigionata, erano i nipoti di Numitore, re di Albalonga usurpato dal fratello Amulio, che per timore che rivendicassero il trono ne ordinò l’uccisione. Ma una serva ne ebbe compassione e li lasciò alle onde del fiume. La valle tra Aventino e Palatino in origine diventava una palude nel periodo di piena e la cesta si fermò in un’ansa dove fu raccolta dalla Lupa che allattò i gemelli finché essi non furono trovati da Faustolo, un pastore che aveva una moglie, Acca Larentia o Laurentia, che li allevò insieme ai suoi altri dodici figli. Si narra che la donna praticasse il meretricio. I romani chiamavano «lupa» la prostituta, da cui il termine lupanare: potrebbe essere la moglie di Faustolo la Lupa della leggenda. I figli di Marte crescendo ripresero il trono e fondarono una nuova città, Roma, che assoggettò Albalonga. La Lupa rappresenta tutto questo. La storia di ogni romano. Per questo non stupisce la strenua difesa degli intellettuali. «La Lupa è un simbolo importante di Roma - dice l’attrice Francesca Reggiani - Credo che in questo momento di difficoltà il logo sia l’ultimo dei problemi di questa città». Per Paolo Bonolis «non avrebbe senso sostituirla solo per un motivo banale o turistico, perché è un simbolo storico di Roma». Enrico Montesano, tifoso laziale, la prende con ironia: «Se devono togliere la Lupa, ci mettano almeno l’aquila! Scherzi a parte, io mi chiedo: ma com’è possibile che l’amministrazione pensi a questo invece di rimettere in sesto ad esempio le strade e la viabilità?». «Cambiare logo sarebbe un errore clamoroso. Il brand è uno solo, ed è Roma», spiega il «papà» dell’attuale simbolo, l’ex assessore alla Cultura Umberto Croppi. Silenzio comprensibilmente imbarazzato dal Pd, mentre FI e Ncd gridano altrettanto comprensibilmente allo scandalo. Perché la lupa è la lupa, rigorosamente bipartisan.
«La Lupa non si tocca». Rivolta contro Marino
Il Colosseo nel nuovo brand di Roma non piace ad artisti e intellettuali. L’assessore Leonori costretta a fare retromarcia sul simbolo della città INTERVISTA a Vittorio Sgarbi: «Giusto che la Capitale non cambi»
