Le operazioni di Ubi Banca erano «illecite». Una gestione, «patronale e familistica dell’istituto», che svela una complessa truffa aggravata con ipotesi di riciclaggio. Come il caso dell’acquisto di un aereo Cessna da una società riconducibile a Lele Mora, o la vendita di uno yacht extra lusso di 33 metri. Ma ancora, carte di credito aziendali «per l’acquisto di beni voluttari», oltre all’esistenza di «fondi extracontabili». Un ciclone giudiziario si abbatte sul colosso bancario, proprio nel giorno della conference call per la presentazione dei dati del primo trimestre 2014. Nel registro degli indagati sono finiti Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e Giampiero Pesenti, presidente di Italcementi. Con loro, i vertici dell’assetto societario di Ubi: Franco Paolotti, Andrea Moltrasio, Victor Massiah, Mario Cera e Italo Lucchini, oltre a Gianpiero Bertolli, Alessandro Maggi e Guido Cominotti, rispettivamente ex amministratore, ex vicedirettore generale vicario ed ex responsabile del Servizio recupero e vendita beni di Ubi Leasing. Infine ci sono Silvia Lucchini, figlia di Italo e amministratore unico della Tuscany charter srl, Marco Diana, consigliere delegato della Marina di Verbella srl, Michele Di Leo, amministratore unico della Cm Aircraft srl e Alessandro Miele, titolare della società Studio Navale. Nei loro confronti, ieri mattina, la Procura della Repubblica di Bergamo ha dato mandato agli investigatori del Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza, al comando del generale Michele Bottilo, di compiere perquisizioni a tappeto, per dimostrare l’esistenza dei reati di truffa aggravata e riciclaggio, compiuti fra Bergamo e Brescia dal 2007 ad oggi. L’inchiesta nasce su un accurato esposto del presidente di Adusbef, Elio Lannutti, che a novembre 2012 ha sollevato perplessità sulla gestione di Ubi Banca e delle controllate Ubi Leasing e Ubi Factoring. Perplessità, tra l’altro, che erano state sollevate dalla stessa Banca d’Italia in una relazione dell’8 marzo 2013, in cui si faceva riferimento ad «anomalie riscontrate in materia di antiriciclaggio», prospettando, poi, «la sussistenza di possibili conflitti d’interesse». Ad aprire il vaso di pandora è stato il «dossier sulle questioni Ubi», fornito da Giorgio Jannone, ex parlamentare del Pdl. Ma andiamo con ordine. Secondo le indagini ci sarebbe stata «una complessiva gestione patronale e familistica – si legge nel decreto di sequestro – dell’Istituto bancario da parte dei membri dei suoi organismi di vertice, evidenziati in una serie di operazioni illecite, in conflitto di interesse diretto ed indiretto». Secondo la Procura, dunque, casi specifici si nasconderebbero «nell’acquisto di beni mobili di particolare valore e in particolare di una o più imbarcazioni, oltre ad aeromobili (tra cui un Cessna di proprietà della L.m service srl, riconducibile a Lele Mora) a prezzi notevolmente inferiori a quelli di mercato e di altri beni ceduti indirettamente a componenti dei vertici di Ubi banca, in danno della medesima società, ma a loro vantaggio». In particolare, è annotato, «si rivela la vendita ad un prezzo inferiore al valore reale dell’imbarcazione “Beata of Southampton”, di proprietà di Ubi Leasing alla Tuscany Charter riconducibile a Silvia Lucchini, figlia di Italo», membro del consiglio di sorveglianza di Ubi Banca. Agli atti, poi, risultano consulenze e incarichi «di consistente valore, affidate a familiari dei componenti degli organi di amministrazioni, quali ad esempio quelli relativi ai rapporti tra il Banco di Brescia (del Gruppo Ubi, ndr) e l’Associazione centro studi La Famiglia, beneficiaria di finanziamenti diretti e indiretti per circa 16 milioni di euro». Un’operazione, quest’ultima, che avrebbe avuto l’obiettivo di costruire «un complesso immobiliare su terreni di proprietà della società Interim srl», riconducibile alla famiglia di Franco Paoletti, proprio mentre questi ricopriva la carica di presidente del consiglio di amministrazione del Banco di Brescia. Gli accertamenti, infine, hanno fatto luce anche su supposti «patti parasociali vigenti tra le associazioni Bergamo e Brescia, facenti capo a Bazoli e Zanetti. In particolare, il tutto sarebbe stato compiuto senza fare denuncia «alle competenti istituzioni di controllo e di vigilanza». L’operazione, stando ai riscontri della Procura, sarebbe stata svolta al fine di «escludere dalla gestione del medesimo istituto soggetti estranei alle suddette associazioni, con risvolti sulla governance complessiva del Gruppo Ubi, anche tenuto conto delle asserite deliberazioni in ordine all’aumento del capitale sociale che ha interessato l’Istituto bancario». Secondo una nota diramata ieri dalla difesa di Bazoli, «l’indagine in corso da parte della procura di Bergamo interessa il professor Bazoli esclusivamente in quanto presidente di una associazione di azioni di Ubi Banca». Inoltre, hanno precisato che «gli accordi che hanno dato vita a Ubi così come tutti i successivi sono stati recepiti negli statuti e in atti ufficiali debitamente comunicati». Quanto a Giampiero Pesenti, fonti a lui vicine riferiscono che a suo carico «sono ipotizzate irregolarità riguardanti attività personali, che non coinvolgono Italcementi, in ordine a rapporti intercorsi con Ubi Leasing circa l’acquisto di una imbarcazione». Ubi Banca, invece, assicura «massima collaborazione» alla Guardia di Finanza e fa sapere di aver «già fornito a suo tempo varie risposte e chiarimenti ai competenti organi di vigilanza». «Sono fiducioso», ha commentato Massiah, consigliere delegato della banca, «che le nostre ragioni verranno completamente capite e che tutto si sistemerà».
Truffa all’Ubi. Nei guai Bazoli e Pesenti
Procura di Bergamo Indagati entrambi. Il primo in quanto presidente di un gruppo di azionisti il secondo per la compravendita di una barca riconducibile, secondo l’accusa, alla sua società
