Politica

Liti e denunce, scoppiano i pm anti-Cav

Dall’inchiesta sull’Expo a Ruby, i vertici regolano i conti al Csm. Il pm Robledo si affida alla Gdf  IL COMMENTO di Enzo Carra: "Nuovi scandali e luoghi comuni"

Lui, lei, l’altro. Non è un triangolo sentimentale, quello che sta andando in scena alla procura di Milano, ma ci assomiglia per tanti aspetti. Le corna, qui, sono professionali, forse anche con coloriture politiche. E anche in questo caso, come in quello di Mani Pulite e tanti altri, una faccenda diciamo così «domestica», rischia di scoperchiare il famoso "vaso di Pandora" in salsa meneghina. Lui, lei e l’altro sono il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, l’aggiunto di fiducia Ilda Boccassini e quello che si sente scavalcato e messo da parte, l’aggiunto Alfredo Robledo, anche lui tra gli otto «vice» del capo. L’esposto di quest’ultimo al Consiglio superiore della magistratura, a metà aprile, è l’atto che ha aperto ufficialmente la guerra, provocando la dura reazione di Bruti Liberati, secondo cui Robledo sarebbe stato d’«intralcio» in molte indagini importanti, a cominciare da quella sull’Expo. Ma Robledo, che ha già denunciato gravi irregolarità, manifeste violazioni e colpevoli ritardi nell’assegnazione delle indagini da parte del procuratore Capo, ieri è ripassato all’attacco producendo atti che proverebbero come Bruti Liberati, sull’ormai noto caso del doppio pedinamento, abbia dichiarato il falso. Ma torniamo alle «corna». Secondo le denunce di Robledo al Csm, Bruti Liberati avrebbe ignorato le competenze e le regole interne, preferendo pm fidati e magari della sua corrente, cioè Magistratura democratica, soprattutto per vicende dal forte impatto politico-mediatico. Mentre Robledo non è certo di sinistra, è un «cane sciolto», semmai più vicino ai moderati: si è candidato (senza successo) anni fa per Magistratura indipendente alle elezioni dell’Anm milanese, pur non essendo iscritto alla corrente. La delicatissima inchiesta sul caso Ruby sarebbe l’esempio principe di questi favoritismi: Bruti l’ha assegnata all’aggiunto responsabile dell’antimafia Boccassini, mentre Robledo, che guida il dipartimento sui reati contro la pubblica amministrazione, ne rivendica la competenza. Al Csm anche Ferdinando Pomarici conferma «l’anomalia» di quella decisione. Bruti Liberati, dunque, volle che fosse proprio Ilda a condurre l’inchiesta che portò alla condanna a 7 anni di Berlusconi, per corruzione e prostituzione minorile. E poi ce ne sono altre di inchieste, finite sempre nelle mani dei pochi pm del «cerchio magico» del capo: quella sul San Raffaele, quella Sea-Gamberale. Fino all’ultima, la più esplosiva, quella che rischia di essere la nuova Tangentopoli per l’Epxo 2015 e sarebbe stata «scippata» a Robledo per finire anch’essa nelle mani di «Ilda la rossa». Robledo non ha voluto firmare le sette richieste di misure cautelari per altrettanti indagati, sostenendo di non essere stato informato dal procuratore e di non aver potuto compiere le sue valutazioni, «in violazione della normativa». E c’è anche, per altri versi, il caso-Sallusti, che avrebbe portato a una decisione «unicum» sui domiciliari (non richiesti) al direttore de Il Giornale , condannato per diffamazione. Una scelta in deroga alla prassi corrente e contestata dai pm: solo per questo diventata poi norma per tutti i casi analoghi, in seguito a una circolare che Bruti Liberati dovette firmare per placare la polemica interna. Il quadro è grave e può avere conseguenze pesanti non solo per i singoli, ma per la stessa procura. Il capo rischia quantomeno la mancata conferma alla scadenza dell’incarico, a luglio, se non un’indagine disciplinare. Il suo accusatore, Robledo, potrebbe essere invece trasferito ad altra sede per incompatibilità ambientale. La denuncia dell’aggiunto Robledo al Csm in queste settimane ha portato alle audizioni di tutti i protagonisti dello scontro e ognuno racconta la sua verità, rivelando scenari contraddittori. Del «cerchio magico» attorno a Bruti Liberati, per Robledo, fa parte anche l’aggiunto Francesco Greco, responsabile del pool sui reati finanziari. In questo caso, conteso è uno dei filoni dell’inchiesta San Raffaele, che per il grande accusatore ha portato a un ritardo di un anno nell’iscrizione dell’ex governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, nel registro degli indagati. Per Bruti Liberati e Greco, invece, nessun ritardo: Robledo avrebbe voluto una sorta di spacchettamento dell’indagine, mentre il fascicolo era assegnato al pm Orsi che si era trasferito in quel periodo dal pool di Greco a quello di Robledo. Nell’audizione di Greco si è parlato di una vicenda molto delicata, quella che più di altri potrebbe prevedere sviluppi disciplinari per Bruti Liberati. É l’inchiesta Sea-Gamberale e il fatto che il procuratore Capo, come poi da lui stesso ammesso, avesse dimenticato il fascicolo in cassaforte. Per Greco, che difende Bruti Liberati, si è trattato di un episodio «incolpevole», ma Robledo insiste sul contrario. E al Csm la cosa viene valutata comunque come molto preoccupante. L’ultimo atto dello scontro interno è la controffensiva di Bruti nei riguardi di Robledo. In una lettera al Csm, che integra le sue dichiarazioni rilasciate a palazzo de’ Marescialli il 15 aprile, scrive che le iniziative dell’aggiunto «hanno determinato un reiterato intralcio alle indagini» sull’Expo. In particolare, racconta che proprio per colpa del collega si è arrivati alla situazione «surreale» di un doppio pedinamento di un indagato, che avrebbe rischiato di compromettere l’inchiesta. Tesi accusatoria che Robledo ha smentito, accusando il Capo di falso: l’episodio del doppio pedinamento - spiega Robledo in una nota inviata al Csm, a cui ha chiesto anche di essere ascoltato - non è mai avvenuto. E a sostegno della sua tesi avrebbe fornito una prova documentale.

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